Planar, Tessar, Sonnar… un po’ di storia

On 04/08/2012 by Nicola Focci

“Qual’è l’obiettivo più nitido?”. Sembrerebbe una domanda impegnativa… E invece basta studiare un po’ di storia dei sistemi ottici – e capire quanto tale storia sia antica – per rendersi conto del fatto che è priva di senso.

Gli obiettivi fotografici sono nitidi da un secolo e oltre: si tratta di un falso problema.

Historia magistra vitae, si sa. Dunque, approfondiamo l’argomento.

Tu chiamale se vuoi… aberrazioni

Anzitutto bisogna chiarire che anche la semplice lente positiva biconvessa (lente di ingrandimento) potrebbe essere un obiettivo. Il problema è che l’immagine creata con tale tipo di lente è molto nitida al centro (proprio come quando concentra i raggi solari in un solo punto), ma molto poco ai bordi. Va bene per la visione, ma non certo per fornire un’immagine fungibile su un piano sensibile come quello di una pellicola o di un sensore.

Ciò avviene perché la scienza ottica è soggetta (come in tutte le cose) alle leggi della fisica. Ecco quindi il verificarsi di “aberrazioni ottiche: si definiscono così quelle differenze tra l’immagine reale e l’immagine ottenuta (sul piano della pellicola o del sensore) dalla lente. In buona sostanza: difetti legati alla natura fisica dei mezzi attraversati dalla luce… che danno una serie di problematiche (scarsa nitidezza, deformazioni, luminosità non uniforme…) risolvibili solo utilizzando sistemi ottici più complessi.

Il doppietto: inizia la storia

Il primo vero sistema ottico fu progettato nel 1829 da Charles Chevalier col cosiddetto doppietto acromatico“:

L’idea del doppetto è semplice: unire due lenti (in questo caso una biconvessa positiva e una biconcava negativa) per fare sì che le aberrazioni uguali ma contrarie delle stesse, si annullino. Il doppietto è formato da due elementi in un “gruppo” (così si chiamano le lenti unite insieme).

Si trattava ancora, comunque, di una lente con forti aberrazioni periferiche extra-assiali: abbastanza valida per i ritratti (le macchine per Dagherrotipia utilizzavano questo schema) ma non certo per il paesaggio o soggetti simili.

 

Il tripletto: la svolta

La vera svolta si ebbe nel 1893 quando l’inglese Dennis Taylor ideò (e brevettò) il “Tripletto di Cooke, vero e proprio ispiratore di tutta la progenie che seguì:

Composto da 3 elementi in 3 gruppi, sfruttava un’idea analoga a quella del doppietto, ma in uno schema simmetrico ottenuto “spezzando in due” l’elemento positivo e sistemando l’elemento negativo tra le due metà così ottenute. Lo schema consentiva così una buona correzione delle aberrazioni extra-assiali e una drastica riduzione della distorsione. (Da notare che c’è chi lo usa ancora oggi).

 

 

Zeiss Planar: comincia il mito

L’idea di Taylor aveva aperto la strada alla creazione di sistemi ottici complessi, che conobbe una crescita esponenziale.

Alla Carl Zeiss, nel 1896, Paul Rudolf inventa uno schema ottico leggendario che dice sicuramente qualcosa anche oggi agli appassionati: il Planar.

Si tratta di uno schema simmetrico complesso (6 elementi in 4 gruppi) ed alquanto efficace, in grado di fornire un’immagine sostanzialmente corretta. In particolare, e da qui il suo nome, il Planar produce un’immagine estremamente piana, non deformata.

Il geniale schema di Rufold aveva però un difetto: molte superfici di contatto vetro/aria.

Ogni superficie aria/vetro riflette circa il 4% della luce incidente; queste riflessioni – oltre a diminuire la luce che arriva alla pellicola – generano riflessi fantasma (flares), e perdita di nitidezza.

I moderni trattamenti antiriflesso fanno scendere drasticamente quella percentuale, ma furono introdotti solo negli anni ’50 del secolo scorso… Quindi il Planar non ebbe un immediato successo. Si sarebbe preso la sua rivincita in seguito: basti dire che fu copiato in lungo in largo (anche dai giapponesi) e infatti da tale schema derivano quasi tutti gli attuali obiettivi superluminosi con angolo di campo 50-100mm.

Dico di più: l’obiettivo più luminoso della storia è proprio un Planar! Si tratta del 50mm f/0.7 (!) fabbricato negli anni ’60 da Zeiss per la NASA, e usato anche da Stanley Kubrick per le riprese a lume di candela in “Barry Lyndon”.

Zeiss Tessar: quattro e’ meglio

Ma il nostro racconto è ancora fermo (temporalmente) ai primi del ‘900, e i trattamenti antiriflesso sarebbero stati introdotti solo alcuni decenni dopo.

Nel 1902 arriva quindi il vero best seller del successivo cinquantennio: il Tessar.

Il Tessar fu ideato dal “solito” Paul Rudolf in Zeiss. Composto da 4 elementi (“Tessar” significa “quattro” in greco) in 3 gruppi, è un’evoluzione del tripletto di Cooke in cui l’ultimo elemento è sostituito con un doppietto, che corregge lo schema originario. Benché leggermente inferiore al Planar, era più economico da produrre, e presentava meno superfici aria/vetro quindi meno problemi di riflessi. Si tratta di un vero classico della storia della fotografia, a sua volta ispiratore di tanti obiettivi di tante marche: Voigtlander Skopar, Schneider Comparon, Minox Minotar… e, ovviamente se non soprattutto: Leica “Elmar”.

Leica Elmar: arriva il guru

La storia della Ernst Leitz GmbH e della sua fotocamera Leica (LEItz CAmera), meriterebbe un post a parte, ma mi limito a consigliarvi la lettura di questo ottimo articolo. Sta di fatto che il “guru” inventore della Leica a vite, Oskar Barnack, scelse l’Elmar 50mm in versione collassabile per il suo nuovo gioiello (presentato nel 1925).

Ideato dal tecnico della Leitz Max Berek (“Elmar” sta per Ernst Leitz MAx BeRek) si tratta di un obiettivo molto simile al Tessar, anche se la posizione del diaframma è diversa e cambia leggermente anche la curvatura delle lenti. Prodotto inizialmente con diaframma minimo f/3.5, fu portato a f/2.8 grazie all’utilizzo di vetri al Lantanio.

L’Elmar ha un secolo sulle spalle, ma è ancora tranquillamente in grado di dire la sua: qui è un set di foto che ho scattato con la Voigtlander Bessa R e un Elmar 5cm f/2.8.

Zeiss Sonnar: la zampata

Negli anni ’20 Leitz e Zeiss si condendevano il mercato a furia di fotocamere a telemetro con innesto a vite, ma fu la casa originaria di Jena a piazzare la “zampata ottica” con un vetro dalla luminosità per l’epoca impensabile: il Sonnar.

Creato nel 1924 da Ludwig Bertele, è un lontano parente del tripletto di Cooke con 7 elementi in 3 gruppi. Risulta superiore al Tessar sul fronte delle aberrazioni di tipo cromatico, ma resta inferiore al Planar, rispetto al quale ha però meno superfici aria-vetro e quindi meno riflessi.

Ma soprattutto, il Sonnar era molto luminoso: f/2 nella prima versione del 1924, addirittura f/1.5 nel 1932. Non a caso “Sonnar” deriva da “sole” in tedesco. Notare il grosso gruppo ottico posteriore, che rende le focali più corte del Sonnar incompatibili con gli apparecchi reflex (per via dello spazio necessario al ribaltamento dello specchio); questo spiega perché il classico 50mm con baionetta Contax per le reflex è un Planar e non un Sonnar. Nessun problema invece per le fotocamere a mirino galileiano (come la Rollei 35 S, dove “S” sta appunto per… indovinate?) o anche le biottiche.

Leica: da Summar a Summicron

In casa Leitz però non stavano certo con le mani in mano.

Ovviamente non potevano copiare il Sonnar (coperto da brevetto) e quindi dovettero spremersi le meningi. Fu il già citato Max Berek, ideatore dell’Elmar, a cavare le castagne dal fuoco. [Consiglio la lettura di questo articolo che è una vera e propria ricerca enciclopedica sulle tante lenti prodotte da Leitz, che sono molte più di quelle qui trattate].

Nel 1933 fu presentato il “Summar”, prima lente f/2 prodotta da Leitz: 6 elementi in 4 gruppi, aveva più passaggi vetro-aria rispetto al Sonnar, e quindi soffriva di flares.

Nel 1939 fu introdotto il “Summitar” (sempre f/2, 7 elementi in 4 gruppi), che è simile, ma migliorato grazie all’elemento anteriore sdoppiato. Era, quest’ultimo, un “trucco” tipico dell’epoca: usando due metà con tipi di vetri diversi, si riusciva a rendere più agevole il cammino ottico della luce. Restavano però i problemi di flares, che nel Summitar pesarono meno rispetto al Summar solo perché negli anni post-bellici si iniziò ad introdurre il trattamento antiriflesso sulle lenti.

Infine, nel 1951, arrivò il mito: “Summicron”. Una versione migliorata del Summitar, che pensionò definitivamente l’Elmar nella dotazione “di serie” delle Leica (a vite prima, a baionetta M poi).

Splendido performer già al diaframma minimo f/2, il Summicron è stato prodotto in varie versioni e in varie focali dagli anni ’50 sino ai giorni nostri. E’ il bestseller assoluto delle lenti Leica, ed è in grado di fornire prestazioni eccezionali nonostante una formulazione vecchia di sessant’anni.

E qui, dopo un lungo excursus, mi ricollego al discorso che facevo ad inizio post.

Praticamente tutti gli obiettivi che si trovano oggi sul mercato – se escludiamo quelli delle toy camera ovviamente – sono perfettamente nitidi. La mancanza di nitidezza può arrivare (anche) da altri fattori come un uso non adeguato degli obiettivi stessi (es. diffrazione, errata messa a fuoco, eccetera), ma non certo dalle loro qualità intrinseche.

La storia ce lo ha insegnato. Ergo: impieghiamo le nostre energie per usarli al meglio.

 

8 Responses to “Planar, Tessar, Sonnar… un po’ di storia”

  • Buongiorno,
    sono arrivato su questa pagina dal link sul mio sito e ho visto tante belle immagini. Complimenti, soprattutto per gli interni e le foto di architettura, tagli veramente notevoli. Ho ricollegato il suo nome ad un interessante commento sul registro delle visite della mia recente mostra a Castelluccio di Porretta: è suo?
    Cordiali saluti
    Aniceto Antilopi

    • Sono io che faccio i complimenti a lei per il suo sito sulla storia della fotografia e anche le foto di Castelluccio.
      Sì, il commento era mio… e spero che non sia passato per “sprezzante” (ho scritto di getto e in fretta): non voleva essere tale.
      Le scrivo in mail privatamente così mi spiego meglio. Ma comunque grazie per l’opportunità di confronto!

  • complimenti per il sito, vorrei porre una domanda: che sche ma ottico adotta il SMC Takumar 50/1.4 (7elementi in 6 gruppi) ? Grazie

  • Intanto grazie per questo articolo, davvero illuminante e godibile. E scusi la volontà di “brutalizzare” l’argomento, ma vorrei sapere se – in estrema sintesi – si può dire (come correntemente si fa…) che lo schema Planar è più adatto al ritratto (maggiore morbidezza di immagine, maggiore luminosità e sfumato più arioso, perfezione della “pianezza” dell’immagine) mentre lo schema Tessar è più adatto al reportage (maggiore contrasto, maggiore nitidezza e incisione dei contorni, maggiore saturazione, maggiore “drammaticità”).
    Tutto questo, ovviamente, a parità di supporto sensibile e di condizioni di scatto.
    Mi riferisco alle ottiche Zeiss perché sono quelle che conosco meglio, ma credo che il discorso possa estendersi a schemi analoghi di altri produttori.
    Grazie.

    • Le caratteristiche di Planar e Tessar che lei delinea sono sostanzialmente quelle “storicamente attribuite” a questi vetri.
      Io ho esperienza del Planar perché è montato sulla mia Rolleiflex, e devo dire che si tratta in effetti di un obiettivo molto “plastico”, con un ottimo sfuocato.
      Lo può vedere in questa immagine, tratta dallo slider della mia homepage:
      Planar
      (Tenendo conto che si tratta comunque di una scansione da stampa ai sali d’argento, quindi la cosa andrebbe valutata sulla stampa stessa… ma credo che questa immagine possa comunque rappresentare un’indicazione).
      Saluti,
      Nicola

    • Il tessar non è più nitido del planar…se per nitidezza intendiamo la risolvenza della lente e cio lo si può notare stampando in grande….a un certo punto il Tessar cede terreno al Planar….il tessar ha maggiore acutanza che da quell impressione di maggior incisività

  • Grazie per tutte le informazioni.

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