Arte e disagio

On 04/10/2012 by Nicola Focci

Praticamente tutti – anche chi non ama particolarmente il rock progressivo come me – conoscono “The Wall” dei Pink Floyd.

La storia è quella di Pink: un artista che, attraverso la serie di traumi occorsi nella sua esistenza (dalla morte del padre alla moglie che lo tradisce, passando per un’educazione scolastica nazistoide e una madre che non sfigurererebbe in un romanzo di Stephen King) arriva a costruire intorno a sé un muro, “The Wall” appunto. Un muro mentale, altissimo, invalicabile… che tiene fuori il mondo, ma al tempo stesso tiene dentro anche lui, in una sorta di cortocircuito esistenziale che alla lunga non può reggere. E infatti l’opera si conclude col crollo di questo muro, spettacolarmente reso dal vivo nei concerti dei Pink Floyd.

“The Wall” è quasi interamente scritto dal bassista del gruppo britannico, Roger Waters. E non è difficile intuire che l’opera ha una profonda impronta autobiografica. C’è tanto di Pink in Roger Waters, e tanto di Roger Waters in Pink.

Una frase che trovo molto bella si trova nel testo di “Outside the wall”, la tenera ballata acustica che chiude il disco:

<<I cuori sanguinanti e gli artisti /
Fanno la loro comparsa>>

La trovo bella e significativa, perché associa sangue e arte. E non si tratta, a mio modo di vedere, di un’associazione casuale.

“The Wall” infatti è solo l’ennesimo esempio di un connubio che ha di fatto segnato la storia dell’arte: arte, appunto, e disagio.

L’artista è anche colui che prova un malessere, e che tale malessere cerca di elaborarlo (o sublimarlo, o espellerlo come fa il John Coffey de “Il Miglio Verde”) attraverso le proprie creazioni.

Quanti esempi di questo tipo si possono trovare anche in letteratura? Basta citare Edgar Allan Poe, i cui incubi sono così terribili perché terrorizzavano lui stesso.

La fotografia non fa alcuna eccezione.

Mi sento di citare un esempio su tutti: quello di Mario Giacomelli. Quando guardo le sue foto – anche quelle gioiose dei pretini che giocano – non posso non domandarmi cosa albergasse in quel cuore gonfio. Il disagio, nelle opere di questo grande fotografo, è evidente.

Mario Giacomelli, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”

Un altro esempio che mi sento di citare, è quello di Diane Arbus. Le sue “Gemelle identiche”, ad esempio. C’è un che di inquietante… Anni e anni prima che Kubrick ne facesse una (senz’altro intenzionale, essendo egli stesso fotografo) citazione in “Shining”. Quelle gemelle, tutt’altro che identiche a esaminarle bene, mi fanno pensare a un qualche tipo di conflitto irrisolto nell’artista, di doppia anima solo apparentemente unificata.

Diane Arbus, “Identical Twins, Roselle, New Jersey, 1967”

La qualità finale di queste opere spesso va proprio di pari passo col disagio che esse esprimono. Se il messaggio è potente, il risultato può essere travolgente.

Ecco allora che, forse, una strada artistica vincente potrebbe proprio essere questa: analizzare il proprio disagio. Cominciare da lì… a prescindere da quale esso sia, da dove derivi, da quale forma abbia. Il resto verrà da sé. L’unica “ricerca bibliografica” da fare, è su se stessi.

A volte ci vuole coraggio, certo.

Ma forse aveva ragione Leonard Freed quando diceva che:

<<Ci sono tre modi per fare delle buone fotografie: quando la storia è parte della tua vita, quando ne sei completamente estraneo, o quando diventa un’ossessione.>>

 

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