Sette cose da non fare alla lettura portfolio

On 18/11/2013 by Nicola Focci

LetturaPortfolio

La lettura portfolio – ovvero il momento in cui si mostrano i propri progetti fotografici a persona esterna e competente – è una vera e propria liturgia, con i suoi peccati ed i suoi riti. La ritengo utilissima per almeno tre motivi:

  • Ci si mette in gioco (“cantarsela e suonarsela” da soli ha poco senso);
  • Ci si confronta con le idee degli altri;
  • (Qualche volta) Ci si risolleva vedendo le schifezze degli altri!!

Per parteciparvi, basta rivolgersi a un circolo fotografico, e quasi sempre anche i workshop (utilissimi anche questi) hanno un momento dedicato alla lettura portfolio.

Dopo averne fatte sei, ritengo di aver maturato una discreta esperienza su cosa sia opportuno non fare!

Ecco quindi quello che, a mio personalissimo parere, va assolutamente evitato… Specialmente se la lettura portfolio è una fase propedeutica alla sottomissione del nostro lavoro per scopi più alti, come probabilmente deve essere.

#1: Presentarsi con un “marmellatone” di foto

Inizialmente anche io ero convinto che la lettura portfolio fosse una presentazione dei propri migliori scatti. In realtà, non è così.

Sarà tutta colpa di Duchamp e del suo maledetto orinatoio (da quel momento l’idea è diventata così importante che il resto quasi passa in secondo piano!), ma:

Bisogna presentare un progetto coerente.

Il tema può eventualmente anche essere un po’ off topic rispetto a quello del workshop; ma l’importante è che ci sia un filo conduttore, sia esso tematico o stilistico. Un “marmellatone” di paesaggi, ritratti, still-life, macro, colore e bianco e nero, eccetera, darebbe sicuramente l’impressione che tu sia bravo a fare tutto ed a fare niente.

#2: Usare slideshow e/o tablet

E’ infinitamente più comodo mettere i files su una pendrive USB – o su un tablet – che non stampare le fotografie, su questo non c’è dubbio.

Ma non dimentichiamo che la fruizione delle nostre immagini, quasi sempre, sarà invece su carta stampata. Che siano destinate a una mostra o a un libro o a una pubblicazione, sempre di carta stampata si tratta. Quindi:

Vale assolutamente la pena di portare le stampe cartacee.

Scrive giustamente John Paul Caponigro che la stampa forza anche alcune decisioni in grado di esprimere ulteriormente la propria sensibilità, come ad esempio quelle sul formato e la dimensione, oppure il passepartout… tutte scelte che influenzano l’osservatore, e forniscono un livello emozionale in più, impossibile da aversi in uno slideshow proiettato o sull’iPad.

La stampa inoltre responsabilizza: rende la selezione più severa, e i criteri di scelta più stringenti.

#3: Parlare troppo

La tendenza tipica di chi mostra le proprie fotografie è quella di fare una specie di conferenza, illustrando per filo e per segno il proprio lavoro, mentre le immagini scorrono o le stampe scivolano. Dilungarsi sui luoghi dove le fotografie sono state scattate, sulle sensazioni provate, sulle situazioni incontrate…

Ci caschiamo tutti e naturalmente ci sono cascato anche io; ma è un errore. Sia perché parlando troppo si da’ una sensazione di insicurezza, sia perché il docente vuole soprattutto vedere le fotografie e non essere distratto da un monologo. Non è un esame orale.

Quindi:

Limitati a due-parole-due di introduzione, chiare ed esaustive; e poi lascia parlare le tue immagini.

Tieni presente il concetto di Elevator Pitch: essere convincenti in poco tempo, ad esempio quello che ci mette un ascensore a raggiungere il piano.

Fatto questo, procedi come i carabinieri: “a domanda, risponde”.

#4: Giustificarsi

Alcuni esempi di quelle che io chiamo “giustificazioni da portfolio” e che sono assolutamente da evitare:

  • “E’ vignettata perché l’obiettivo a tutta apertura ha quella tendenza lì”.
  • “La composizione è andata a farsi benedire per colpa della stampante che ha tagliato via un pezzo”.
  • “Questo tizio qui è la nostra guida, non doveva essere lì, ma m’è entrato nell’inquadratura e non sono riuscito ad evitarlo”.
  • “Eh lo so, magari non c’entra molto, ma questa foto mi piace un sacco e l’ho messa per quello”.
  • “Eh lo so, magari non c’entra molto, ma sapesse che fatica ho fatto per scattarla!”
  • “L’orizzonte è un po’ ‘ubriaco’ ma non ero in una posizione stabile”.
  • “Avrei scattato anche altre inquadrature, ma s’era fatto tardi”.

Se cominci a giustificarti, dài subito l’impressione di non sapere quello che fai.

Niente manda su tutte le furie i docenti di workshop (o chi deve valutare il tuo lavoro) della “arte inconsapevole” ! E come dar loro torto? Sarebbe lo stesso che dare il timone della propria nave ad uno che non sa che rotta fare, e perché farla.

Alle letture portfolio, insomma, bisogna arrivare “blindati”: col proprio lavoro migliore, che ha superato già il nostro vaglio, e le cui problematiche formali e tecniche sono già state risolte prima.

#5: Abbondare in tecnicismi

Ricordo la mia prima lettura portfolio, quando persi alcuni minuti di monologo per spiegare come mai avevo usato il 50mm luminoso. La risposta del docente fu: “a me non interessa quello che hai usato, mi interessa quello che dice la tua fotografia!”.

Sulle prime ci rimasi un po’ male (“questo è iracondo!” mi dissi) ma oggi riconosco che aveva ragione.

Se voi foste un editore, come accogliereste uno scrittore che vi porge il suo manoscritto e gongola di averlo fatto con un MacBook Pro? Gli rispondereste, ovviamente, che il mezzo resta solo un mezzo… e la bontà si valuta dal contenuto. Quindi:

Inutile vantarsi della propria strumentazione, o dilungarsi su cosa è stato usato e come.

Se poi vi addentrate in oscuri meandri tecnici per giustificare la non perfetta riuscita di una fotografia, si torna al punto precedente!

Anche qui, vale il criterio del “a domanda (tecnica), risponde (tecnicamente)”.

#6: Fare polemica

Si può essere in totale disaccordo con chi critica il tuo lavoro: ci sta, infondo è un suo punto di vista e non è detto sia piacevole da sentire.

Però è inutile mettersi a fare polemica, con monologhi esplicativi (vedi #3) o giustificazioni improbabili (vedi #4). Non è quella la sede: c’è chi sta aspettando il tuo turno dopo di te, e non è carino togliere il tempo agli altri!

Non è una lezione privata. Se vuoi un chiarimento, acchiappa il docente quando la seduta è finita, e spiegati a parte con lui.

Al termine dell’esame delle tue fotografie, ringrazia in modo gentile e lascia il posto a chi viene dopo di te senza essere stizzito – anche se le tue foto sono state massacrate in modo ignobile. Chi le ha esaminate, ci ha comunque messo il suo tempo; ha espresso unicamente la sua opinione, quindi non è il Verbo da scolpire sulle Tavole della Legge; e spesso fornisce consigli molto utili per migliorarsi, perché “sbagliando si impara” è vero anche in fotografia.

#7: Non avere la risposta pronta

Questa è la gemella della #3, nel senso che bisogna saper tacere, ma anche saper parlare e difendere il proprio lavoro quando serve.

I nostri progetti sono come figli: vanno tenuti d’occhio e, quando possibile, giustificati.

Ecco un elenco delle possibili domande del docente che tipicamente mettono in crisi il candidato, e per le quali sarà bene avere una risposta ragionevole:

  • “Come mai hai scelto il bianco e nero?”
  • “Come mai hai post-prodotto con un colore così saturato (o desaturato)?”
  • “In definitiva, quale messaggio vorresti trasmettere?”
  • “Non trovi che questo scatto sia un po’ incoerente con gli altri?”

Siamo sempre lì: la consapevolezza (sapere quello che si fa e perché lo si fa) è molto importante, perché infondo è ciò che differenzia l’artista dal fotografo “della Domenica”.


Direi che è tutto!

Non ci obbliga certo il medico a fare una lettura portfolio, anche se – ripeto – è un’esperienza utilissima.

Presentiamoci, quindi, al nostro meglio. Facciamo un figurone, mostriamoci convinti e determinati, cerchiamo di essere misurati, e soprattutto prendiamo appunti: i consigli dati spesso risolvono progetti traballanti o aprono veri e propri squarci di consapevolezza artistica.

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