Daido Moriyama: quando l’imperfezione supera la perfezione

On 20/10/2014 by Nicola Focci
NOTA – Questo articolo è stato scritto quattro anni fa, il 1 Ottobre 2010.

L’ho “ripescato” dal mio precedente blog, perché è la testimonianza di una mostra importante sia in senso assoluto sia per me (il mio cammino fotografico).

Eppoi, mi incuriosisce leggere cosa pensavo/scrivevo della fotografia quattro anni fa!, quando ancora non avevo ricominciato con l’analogico…

Oggi sono andato a Modena alla mostra di Daido Moriyama.

Non conoscevo questo fotografo, ma ciò che avevo visto in rete mi aveva colpito: ero molto curioso.

La mostra si tiene nei locali dell’ex ospedale Sant’Agostino, un edificio che ha svolto quelle mansioni per oltre 300 anni, e nel 2007 è stato acquistato dalla Cassa di Risparmio di Modena per farne un nuovo polo culturale.

Gli scatti di Moriyama (che tra pochi giorni compie 72 anni) si adattano alla perfezione nelle molte stanze bianche e spoglie di questo complesso. La mostra (ingresso gratuito) in effetti è davvero vasta: le foto sono oltre 450. A complemento, viene anche proiettato un video di 75 minuti sul fotografo giapponese, ripreso ed intervistato a proposito della sua carriera quasi cinquantennale.

Cosa dire delle fotografie?

Sono sconvolgenti. Un bianco e nero estremamente sgranato, spesso sottoesposto, a volte sfuocato. La composizione è lontana dalle regole “auree”, l’inquadratura è talvolta sbilenca… qui la “tecnica dei sacri testi” è quasi inesistente. E’ l’antifotografia.

O meglio, no. Perché la genialità sta proprio qui. Questi scatti colpiscono: sono un pugno allo stomaco che butta fuori aria vecchia per fare entrare aria nuova. Per la serie: la fotografia è anche questo, e cioè la pellicola (oggi sarebbe “il sensore”) portata al dilà, spinta oltre, al servizio della memoria e di ciò che sta davanti all’obiettivo.

La foto imperfetta fa dell’imperfezione stessa, arte.

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Ad essere sincero, si tratta di un tipo di fotografia “on the road” che non sento molto affine al mio stile (ammesso che io abbia un stile!). Ma mi ha fatto riflettere parecchio. E’ un concentrarsi più sul soggetto, che sulle regole.

Con una piccola fotocamera in mano, cerco le strade, cerco la città, cerco il mondo, cerco me stesso.

Suppongo che questo sia il destino di ogni persona che prende in mano una macchina fotografica. Portare una macchina fotografica conduce in un continuo viaggio nella realtà.

E ancora, dice:

La fotografia è memoria di luce, è la storia della memoria.

Mi ha colpito molto anche la sua totale incuranza per l’attrezzatura. Nel video, a un certo punto, dice:

Non ho mai voluto una fotocamera. Non m’interessa cosa usare.

E stiamo parlando di un fotografo che – stante gli anni della sua esplosione creativa – avrebbe potuto scattare con Leica a telemetro o Hassleblad! Pare, invece, che abbia sempre usato compattine da quattro soldi. Nel video proiettato alla mostra lo si vede – ai giorni nostri – girare proprio con una compattina motorizzata ed economica… scattando con rapidità sulle strade o nella campagna o su una spiaggia… e incurante del fatto che diluvia, e la macchina è completamente esposta alla pioggia.

Anche questo, a modo suo, è un insegnamento. Questa escalation di megapixel e raffica di scatto e dimensione del sensore… sembra davvero che il fotografo sia al servizio della tecnologia, e non viceversa! Forse bisogna davvero tornare un po’ alle origini… o meglio, tornare all’occhio di chi sta dietro alla fotocamera.

Sono stato ben felice di sborsare 40 euro per il catalogo della mostra, che è voluminoso (440 pagine, quasi tutte di fotografie) e sicuramente meriterà un posto d’onore nella mia libreria.

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