L’indifferenza è un killer spietato

On 29/01/2015 by Nicola Focci

L’opposto dell’amore non è l’odio: è l’indifferenza.

(Steven Pressfield, “The War of Art”)

Un inizio di vacanza alquanto traumatico… (e il mio amico Diego al volante)

Quello che segue può sembrare un aneddoto stile lettera a Quattroruote; ma… abbiate la pazienza di seguirmi! 😉

Il 30 Dicembre scorso, mentre mi trovavo in viaggio in Austria a 160 km da Vienna, sono rimasto a piedi con la macchina (una Ford C-Max 2000 GPL del 2009, 60mila km).

Il motorino girava e il motore s’avviava, ma poi subito si spegneva. Non c’era verso di tenerla accesa.

Ho fatto trainare l’auto presso un meccanico Ford di un paese lì vicino.

Con grande difficoltà perché non spiccicava una parola di inglese, ho cercato di convincerlo che non avevo rifornito la vettura di gasolio anziché benzina; e gli ho fatto fare ogni genere di indagine visiva e uditiva.

A un certo punto si è illuminato, ed ha sentenziato: “Pumpe kaputt!”. Si era rotta la pompa della benzina.

La macchina non era più in garanzia, e la riparazione mi è costata 735 euro. 😡

Succede, si dirà.

Ma la cosa assurda è che lo stesso ed identico problema mi era già capitato appena un anno e un mese prima, quando la Ford era ancora in garanzia, e la pompa mi era stata sostituita dalla concessionaria bolognese dove avevo preso l’auto e avevo sempre fatto i tagliandi.

Quella pompa, insomma, aveva un anno di vita e poco più.

Pugni chiusi

La logica avrebbe voluto che, al ritorno in Italia, io mi recassi all’officina con le due bolle di intervento – la loro datata 11/2013 e quella dell’austriaco datata 01/2015 – chiedendo esplicitamente che razza di pompa avessero montato, visto che s’era rotta appena un anno ed un mese dopo.

Avrei dovuto sbattergli sul muso quella fattura da settecentrotrentacinque euro, insieme alla (non indifferente) frustrazione per essere rimasto a piedi il primo giorno di vacanza e per giunta fuori dai confini.

Avrei dovuto… ma in realtà ho fatto un’altra cosa.

Sono andato alla Renault – di cui ero cliente prima di passare a Ford – ed ho fermato il primo venditore libero che ho trovato. Ho ottenuto un’ottima valutazione della mia macchina (tanto più che aveva la pompa della benzina nuova di zecca! 😆 ) ed ho fatto il contratto per una nuova.

Ok, lo ammetto: ci pensavo da un po’, a cambiare macchina… perché volevo tornare al gasolio, e il gas mi aveva (per vari motivi) stancato. Però “pumpe kaputt” è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il classico vaso.

La fine di un amore

Ma come?, mi ha detto un amico, non sei nemmeno andato alla Ford a farti sentire?

No.

A che serviva? Dubito fortemente che ne sarei uscito con un rimborso. Più probabilmente, ci saremmo  messi a litigare sul carburante sporco o il destino cinico e baro. Una perdita di tempo inutile… dal rapporto fatica/gusto colossale.

Il reclamo è un diritto, non un dovere.

Ma non si tratta solo della perdita di tempo.

E’ che i mezzi strumentali, per me, sono quello che sono: un mezzo, appunto. Nel momento in cui mi tradiscono, cesso di provare qualunque tipo di attenzione e di stima in essi. Poco importa cosa ci ho fatto sino ad ora e quanto hanno significato sino a quel momento: diventano zero.

Insomma non c’era più nulla tra me e quella macchina (e la casa costruttrice).

Se ci fosse stato odio, forse, sarei andato a protestare.

Killer silenti

Ora: la Ford è un colosso, e la perdita di un singolo cliente (me) non fa la differenza.

Ma sono certo di non essere un caso isolato; e come diceva Totò, “è la somma che fa il totale”.

Perché siamo pericolosi, noi clienti che passiamo silenziosamente alla concorrenza.

Chi lavora nell’industria lo sa bene: è un disastro. E’ come avere un’emorragia senza rendersene conto.

Molto meglio il cliente che s’incavola e sbatte i pugni!, perché almeno, dimostra di essere interessato o di credere ancora nella risoluzione del suo problema. C’è sempre la chance di convincerlo e recuperarlo. Senza contare che, contestualmente, si è a conoscenza di una grana.

La critica è oro

Arrivo (finalmente!) al punto, con una considerazione che sarà anche ovvia, ma non è banale:

Ecco perché dovremmo essere contenti se qualcuno ci eleva una critica. Che lo faccia nei confronti delle nostre fotografie o dei contenuti di ciò che scriviamo, è comunque importante.

La critica ci consente di vagliare e retroagire, di correggere la rotta, di imparare e – in definitiva – di crescere. 

A volte è dura, e ci fa scendere dal pero… ma va benissimo:  bisogna vedere il bicchiere mezzo pieno, e pensare in termini di opportunità. Un po’ come quando si emerge dall’acqua e ci si rende conto che c’è ben altro là sopra: si prende una bella boccata d’aria, e si torna sotto.

Un brusco risveglio

Se invece il nostro lavoro genera la più totale indifferenza, allora significa che non è arrivato per nulla… ed ha pienamente fallito – qualunque fosse il suo proposito. Se c’era qualcosa da dire, non l’abbiamo detto. Se volevamo intrigare, non l’abbiamo fatto.

E non è tutto! La cosa peggiore, è che non ce ne accorgiamo. Magari ci illudiamo che l’assenza di critica significhi automaticamente apprezzamento! Purtroppo non è così.

Il risveglio – perché prima o poi arriva! – sarà molto brusco.

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