Avatar e verginità

On 14/09/2015 by Nicola Focci

E niente, sta di fatto che mi son trovato a “dover” caricare un avatar per il mio profilo su LinkedIN. (Per i meno avezzi – ormai rari come i Panda – preciso che LinkedIN è un social network a contenuto professionale, e l’avatar è l’immagine del profilo che compare quando un utente lo visualizza).

E’ una cosa banale, si dirà! Eppure, mi ha creato più di un grattacapo.

E mo’, cosa ci metto? 😕

Non posso certo presentarmi così:

Berlino

…ci vogliono fotografie decenti, che trasudino professionalità!

Tentativo n.1: emulazione

Allora mi sono messo a guardare gli avatar degli altri, nell’ipotesi che potessi prendere qualche spunto da chi bazzicava LinkedIN da molto più tempo di me.

Ma sono rimasto basito.

Ho visto una carrrellata composta quasi unicamente da primi piani di una mestizia unica. Pose artificiose, occhi vitrei, contesti improbabili (il ponte di una barca, il campo da golf…).

Quelle immagini non mi comunicano professionalità, ma le vedo perfette per la lapide funeraria!

Non se ne parla.

Tentativo n.2: selfie

Ho pensato: “vabbé, la foto me la faccio io!, sarò ben capace, no?, in pausa pranzo mi sparo il selfie!”.

Mi sono messo in posa davanti al monitor della mia scrivania con un flow-chart fico alle spalle (!), ed ho provato a scattare ad minchiam, cioè con la fotocamera posteriore e senza vedere cosa stessi inquadrando dal display. (No, non potevo usare la fotocamera frontale come tutti i selfie che si rispettino sì da guardarmi mentre scattavo, perché il mio cellofono non dispone di flash da quel lato. Chi “bazzica” un po’ di fotografia, capirà tutto guardando la situazione della luce qui sotto).

Nicola

Risultato: “ossignùr, che orrore!!”.

I selfie, io, proprio non li so fare. Eppoi ci vorrebbe uno sfondo fatto bene, delle luci decenti… ma chi ha voglia di allestire tutto ciò, per UN solo avatar??

Tentativi n.3-∞

Ho scartabellato nei miei archivi, sperando di ripescare qualcosa di decente… ma sono piuttosto restìo a farmi fotografare. Ho trovato solo degli scatti di una fiera dove ero “forzatamente” professionale, ma ero anche quasi 20 Kg in più!, e si vede. Per carità.

Preso dalla disperazione, mi son messo a scorrere anche il mio album Facebook… col risultato di deprimermi ulteriormente: trovare una foto “seria” in quel tritacarne, è come incontrare un vegano alla sagra della salsiccia.

Che poi, di preciso, io mica lo so, cosa vuol vedere un head hunter  (o un cliente, o un fornitore…) in una fotografia. Siccome LinkedIN è un veicolo di promozione di se stessi e/o della propria attività, la domanda è tutt’altro che banale.

Bisogna essere seri seri, oppure un po’ simpatici? Ci vuole lo sguardo della mucca quando passa il treno, o si può ammiccare un po’? L’abbigliamento deve essere elegante, oppure casual?

Non ne uscivo!

E alla fine…

Ci ho pensato quasi per due giorni, e alla fine ho optato per una foto dove non sono né ben vestito né riposato, ma sono in posa insieme all’amata Rolleiflex.

La potete vedere sul mio profilo del famigerato social network lavorativo. Eccomi lì, fieramente accanto alla biottica sul treppiede! Un alfiere della fotografia analogica all’Antelope Canyon in Arizona!

Sì, vabbé, ma… che c’entra l’analogico con LinkedIN?

C’entra, eccome se c’entra. Perché credo che l’analogico spieghi bene ciò che sono anche da un punto di vista “professionale”: il mio amore per le prassi ben consolidate (in camera oscura), la poca simpatia verso le sperimentazioni gratuite, l’interesse a leggere e studiare, la cura del processo per avere cura del prodotto, la necessità di “fare qualcosa di utile” e non fine a se stesso…

Non è una spiegazione molto esplicita, lo so: è più che altro una mia idea.

E quella biottica ci azzecca molto poco con i miei abituali strumenti di lavoro: qualcuno in effetti potrebbe anche chiedermi “Ma se adori così’ tanto scattare, perché non ne fai una professione?”… sarebbe lungo spiegargli perché.

Morale della favola

Caricato l’avatar, ci ho ripensato ancora un po’ su.

Ed ho concluso che, a volte, troviamo forti segnali di noi stessi anche in situazioni apparentemente banali come questa.

Tutta ‘sta faccenda, infatti,  mi ha ulteriormente confermato che non riesco proprio a considerare la fotografia come mezzo di rappresentazione oggettiva della realtà.

Non riesco cioè ad evitare un “meta-ragionamento”, ad interrogarmi su cosa ci sia dietro, a non cercare una metafora (ed a rimanere deluso se non riesco a trovarla).

Per certi versi, preferirei essere diverso. Perché ormai mi riesce difficile apprezzare qualunque fotografia di tramonto o di soggetti analoghi: le trovo tutte uguali e tutte piatte – perlomeno in rete – e non mi dicono assolutamente nulla. E’ la noia totale. E’ l’espressione di delusione sul viso di un amico che mi mostra la sua “cascata setosa” o la sua alba, e io non riesco a nascondere la mia freddezza.

Ma sono globalmente contento di essere come sono.

Sono infatti convinto che affinare la sensibilità verso qualcosa, sia un po’ come perdere la verginità dell’accontentarsi.

Le sfumature che prima non venivano alla superficie e ci avrebbero guastato l’esperienza, ora emergono in tutta la loro chiarezza. La forbice si stringe, ma contemporaneamente si allarga.

Un po’ come quando impari a suonare (decentemente) la chitarra, e capisci che gli assoli iperveloci sono solamente uno specchietto per le allodole, mentre il vero “gusto” è ben altro. Puoi apprezzare un musicista come Larry Carlton solo se hai un orecchio di un certo tipo, aperto a sfumature e tocchi e dinamiche di un certo tipo… e allora non ce n’è per nessuno, non c’è confronto con nessun plettratore folle, e Larry vince a manbassa.

La perdita di questa verginità, insomma, da’ in cambio la capacità di esplorare quell’arte in modo molto più approfondito… sino a farla propria, e cominciare ad utilizzarla per esprimere se stessi.

Auspicabilmente, perlomeno! 😉

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