Magnum Photos: quando il tecnicismo non basta

On 03/01/2019 by Nicola Focci

La mia lettura di queste feste natalizie è stata “Magnum – i primi cinquant’anni della leggendaria agenzia fotografica”, (molto ben) scritto da Russell Miller, ed edito da Contrasto.

Credo sia inutile spiegare cosa abbia rappresentato e rappresenti la Magnum Photos. Basti dire che, per un fotografo, esservi ammesso è come sedere alla tavola rotonda dei cavalieri di Re Artù a Camelot. Ed è sufficiente buttare un occhio nella rubrica “Dietro le quinte” di questo blog, per verificare quante fotografie immortali sono uscite da quella fucina unica e fenomenale.

L’agenzia nacque nel 1947 da un idea di Robert Capa: creare un pool di fotografi in grado di scegliere da sé le commissioni ed i progetti, per poi rivenderli al cliente. Massima libertà e autonomia, insomma; senza l’assillo e le pressioni di direttori di testate, editorialisti, sforbiciatori, analisti di buget… E conservando, per giunta, i diritti di autore sugli scatti venduti.

Fu un successo: in breve, e come ebbe a dire uno dei soci, Magnum diventò “La Cadillac della professione”.

Ma la grande forza di Magnum fu anche la sua debolezza, perché la gestione economico/finanziaria era affidata agli stessi fotografi: tanto bravi a premere il pulsante di scatto, quanto inetti a gestire un’azienda. Nonostante l’enorme potenziale, l’agenzia navigò quindi quasi sempre sull’orlo del lastrico… tra spese folli ingiustificate, budget fuori controllo, nepotismi, diatribe tra le varie filiali, e livelli di efficienza da sottoscalista.

Pare che sia stato proprio l’atavico bisogno di soldi a convincere Capa – che non avrebbe voluto più occuparsi di guerre – a partire per l’Indocina nel 1954, dove finì i suoi giorni saltando per aria su una mina antiuomo.

Del resto, nessun consulente o manager avrebbe mai potuto sistemare le cose: sarebbe costato più di quanto fosse possibile sostenere… E poi: chi mai vorrebbe avere a che fare con 30 capi isterici e incontrollabili?

Altra problematica irrisolta di Magnum, è quella che ha sempre diviso i fotografi, ed era logico si ripresentasse in un’agenzia da essi gestita: la diatriba sulla fotografia come rappresentazione del reale oggettivo o soggettivo; realismo o arte; documento o poesia. Anche in Magnum c’è sempre stato chi pendeva verso il concetto di rappresentazione del reale (lo stesso Capa) e chi per la licenza artistica di interpretarlo (è il caso di Henri Cartier-Bresson). La libertà sa essere spietata: non di rado un fotografo sceglieva e portava a termine un proprio progetto che, benché splendidamente eseguito, finiva per non interessare ad alcun cliente e restava quindi nei (male gestiti) archivi Magnum.

A dimostrazione che il tecnicismo puro non basta a gestire un’azienda e tantomeno se stessi, non di rado furono accettati fotografi bravissimi, ma con seri problemi comportamentali (o, peggio, serie dipendenze da farmaci). È il caso di W. Eugene Smith, il cui progetto su Pittsburgh doveva durare due settimane, ma si trascinò per mesi e mesi a causa del perfezionismo e delle benzedrine assunte dall’autore… portando quasi la Magnum sul lastrico.

Per come la penso io, Magnum è la dimostrazione quanto quello tra fotografia e business non sia un connubio facile.

Un mondo allergico alle regole difficilmente si integra con uno in cui invece le regole non solo esistono, ma cambiano di continuo.

Anche per questo, infondo e nel mio piccolo, sono contento di essere fotografo per passione e non per professione!

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