Sviluppo negativi for Dummies – parte 2

On 05/06/2012 by Nicola Focci

Nell’articolo precedente abbiamo fatto la lista della spesa, approfondito un paio di strumenti, e fatte alcune premesse.

In questo articolo vedremo quali sono le fasi del processo, descrivendo nel dettaglio le prime due.

 LE FASI DEL PROCESSO

Eccole:

  1. Preparazioni delle soluzioni chimiche necessarie. Non è alchimia del ‘700: bastano i cilindri graduati e un po’ di acqua.
  2. Caricamento della pellicola nella tank. Qui bisogna operare al buio, come spiegato nel primo articolo di questa serie. Tempo necessario: 5-7 minuti.
  3. Sviluppo. Il negativo viene bagnato con la prima soluzione chimica, che si occupa di “rivelare” l’immagine latente scritta con la luce in fase di scatto (dettagli teorici qui: La pellicola nell’era digitale). Tempo necessario: circa 10 minuti.
  4. Fissaggio. Si processa la pellicola con la seconda soluzione, che – come da nome stesso – provvede a “congelare” questa immagine rivelata. Tempo necessario: circa 5 minuti.
  5. Lavaggio. La pellicola viene nettificata dai residui delle soluzioni chimiche precedenti. Tempo necessario: 5-7 minuti col “metodo Ilford” (che vedremo a suo tempo).
  6. Imbibente. Questa la spiego poi… ma è comunque un altro tipo di lavaggio. Tempo necessario: pochi minuti.
  7. Asciugatura. Si spiega da sé. Tempo necessario: un paio di ore.
  8. Archiviazione.
A mio modo di vedere, le fasi più critiche, e cioè che richiedono maggiore attenzione sono la numero (1), la numero (2), e la numero (7).
Nelle fasi dalla (1) alla (6), come ho scritto nel primo articolo,  bisogna essere “sul pezzo”, presenti con continuità. Si parla di 45′-50′ circa.
Per la numero (7) invece non bisogna fare nulla, anzi è meglio sparire dalla circolazione e lasciare che la pellicola si asciughi in pace!
Cominciamo con la prima fase.

FASE 1: preparazione delle soluzioni

Premetto subito che  questa fase è la più noiosa (almeno per me)… Ma è comunque necessaria.

Come visto sopra, le soluzioni chimiche da preparare  sono tre: sviluppo, fissaggio, e imbibente. Qualcuno utilizza anche una soluzione di “arresto” tra sviluppo e fissaggio, e ci sono sterminate teorie in proposito; io la evito: trovo che sia una complicazione in meno, e non ho mai riscontrato grossi problemi.

Il concetto di base è questo: il produttore ti vende una soluzione concentrata (“soluzione stock”), che tu dovrai diluire per l’utilizzo nella tank di sviluppo (“soluzione di lavoro”). A volte, come nel caso dello sviluppo Ilford ID-11, viene venduta una polvere che va diluita in acqua sino ad ottenere il predetto stock.

In tutti i casi, la Bibbia da seguire è il ‘bugiardino’ della confezione, che contiene tutte le informazioni necessarie sia per la diluizione a soluzione di lavoro, sia per i tempi di conservazione della soluzione stock  una volta che viene aperta. Questi ultimi non superano quasi mai i 2 mesi. Io travaso tutto in una bottiglia di vetro, ed uso una di quelle pompette (con tappo dedicato) per i vini: tolgo l’aria, e prolungo la scadenza di un altro paio di mesi.

Sui bugiardini, la diluizione a soluzione di lavoro viene indicata in modo proporzionale: ad esempio,”1+4“. Cosa significa? Come si procede?

Anzittutto, si legge sul fondo della tank la quantità totale necessaria per lo sviluppo: nel mio caso (tank Paterson) è 290cc, che io arrotondo a 300. Si divide questa quantità per il numero di parti totali: nel caso “1+4”, è 5, quindi 300/5=60. A quel punto si fanno le proporzioni: prelevo 60cc di soluzione stock (60×1), e li unisco a 240cc (60×4) di acqua.

Io di solito verso tutto in bottiglie di plastica di colori diversi (rossa per lo sviluppo e blu per il fissaggio), che metto poi a bagnomaria per il controllo della temperatura (si veda il primo articolo).

Abbiamo parlato di acqua, ma quale tipo? C’è chi afferma la necessità di usare solo acqua demineralizzata per preparare le soluzioni di lavoro. Io uso comune acqua di rubinetto, e non ho mai avuto problemi.

La soluzione di lavoro ha una vita molto breve (24 ore) quindi è bene prepararla alla bisogna.

FASE 2: Caricamento della tank

Parlerò della pellicola  35mm, perché al momento non ho esperienza del formato 120 (non ancora perlomeno! :-D).

Le moderne spirali in plastica (come quella della Paterson che uso io) hanno apposite sferette all’interno delle proprie scanalature, che caricano la pellicola mediante trascinamento. Si infila un corto spezzone, e poi – con un movimento rotatorio delle due metà che compongono la spirale – la pellicola viene “trascinata” dentro alla spirale stessa. A pellicola finita, si taglia via l’estremità che è agganciata al contenitore vuoto (ormai inservibile).

Il tutto va fatto al buio assoluto, come spiegato nel primo articolo.

Questa è la teoria. Detta così, sembra anche semplice! E in effetti lo è… con un po’ di pratica, e soprattutto seguendo alcuni accorgimenti.

Primo: la spirale deve essere completamente asciutta. Se è bagnata (anche in minima parte), la pellicola è destinata ad incastrarsi… e si apre un incubo che non esito a definire mostruoso. Suggerimento risultante (e ovvio): evitate di caricare la tank quando quest’ultima è stata lavata da poco. Nel dubbio, dare un colpo di phon alla spirale.

Secondo accorgimento: spuntare gli angoli della coda da infilare, così:

In questo modo si agevola l’inserimento, e si evitano possibili impuntamenti.

Terzo accorgimento, ovvio ma non banale: mantenere la calma. Non stiamo disinnescando una bomba nucleare! Operare quindi con movimenti lenti, senza affrettare le cose. Può capitare (ed ahimé prima o poi capita a tutti) che la pellicola s’incastri nella sirale e si rifiuti di avvolgersi. In questo caso non ha alcun senso forzare: si rischia di rovinare il negativo. Non resta che aprire la spirale, tirandola delicatamente per i bordi; svolgere la pellicola; e ricominciare da capo.

Quarto accorgimento, ugualmente ovvio ma non banale: toccare il meno possibile la pellicola, e solo per i bordi – eccezion fatta per la coda che non contiene fotogrammi utili, ovviamente. E’ ampiamente consigliabile l’utilizzo di guanti di cotone, specie d’estate.

Per quanto sopra, un buon consiglio è quello di sprecare due o tre euro in una pellicola da ipermercato (a colori va benissimo) e fare delle ripetute prove. La prima volta si prova alla luce, ad occhi aperti. Quando va tutto bene ad occhi aperti, si prova a occhi chiusi. Se va bene anche così, si passa al “rullino di produzione”.

Una volta chiusa la tank, si può operare alla luce, e la changing bag (o la stanza buia) non serve più.

Si passa allo sviluppo! Ne parleremo nella “prossima puntata”.

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