Semplicemente, senza etichette (il cimitero dei bimbi)

On 22/09/2014 by Nicola Focci

Pioveva. Non a dirotto, ma comunque in modo sufficiente a far grattare rumorosamente i tergicristalli.

Sabato mattina: il traffico sulla statale non era esagerato, e lui contava di raggiungere il cimitero monumentale abbastanza rapidamente.

Ripassò mentalmente la mappa che ormai aveva ben chiara: era un posto enorme e le prime volte si era anche perso… ma ormai sapeva perfettamente dove andare.

All’entrata si va a sinistra, e poi dritto in fondo: la zona dei bambini è lì.

Lo stereo diffondeva le scale sinuose di un sassofono tenore. Aveva snobbato il jazz sino a un anno prima, ma dopo averlo scoperto non riusciva quasi più ad ascoltare altro. Il jazz aveva un potere strano: quello di fargli concentrare i pensieri sulla o musica soltanto, o su qualcosa di positivo.

Stava pensando al progetto fotografico che si trascinava ormai da diversi mesi e non si decideva mai a finire. “La mancanza”: questo era il titolo provvisorio. Sinora aveva collezionato meno di una decina di scatti, tutti piuttosto curati perché non si accontentava di essere “concettuale”. Aveva deciso che a quota 10 avrebbe chiuso, e sperava vivamente di fare al cimitero quei due o tre che mancavano.

Parcheggiò negli stretti spazi del grande posteggio di fronte all’ingresso. La pioggia era leggermente aumentata: meglio, pensò, magari ci sarà meno gente in giro. Minore probabilità di essere visto.

Non era ancora entrato, e già si preoccupava.

Tutte le volte che era stato lì, infatti, aveva sempre provato dei forti sensi di colpa. Questo è un luogo di sepoltura, dolore, ricordo; e io vengo qui a fare fotografie per i miei stupidi progetti che probabilmente nessuno apprezzerà mai!

Eppure era un luogo splendido, un’autentica manna per un appassionato di fotografia. Molte tombe risalivano al diciottesimo secolo, e alcune somigliavano proprio a quelle del Père Lechaise di Parigi.

Prese dal sedile la borsa a tracolla che conteneva la biottica e l’esposimetro esterno, e si avviò verso l’ingresso. All’entrata girò a sinistra, e cominciò a percorrere il porticato coperto.

Dapprima camminava velocemente, quasi di fretta; ma poi si disse: calma, le tombe mica scappano.

Non c’era nessuno: solo lui, la pioggia, e i monumenti. Il rumore della suola delle scarpe in gomma risuonava per gli androni, insieme al gocciolìo.

Nei cortili, le croci monumentali e le pietre crepate sembravano lì dalla notte dei tempi, del tutto incuranti di quello che lui faceva o avrebbe fatto.

Arrivò in breve al cortile dei bimbi. Lì i suoi sensi di colpa raggiungevano sempre il climax. Sono qui per un progetto, si diceva; non faccio niente di male, non do’ noia a nessuno. Eppure provava un grande disagio.

Quasi tutte le tombe avevano la fotografia. E pupazzi.

Un grosso coniglio sotto la pioggia era diventato triste e afflitto. Una girandola rosa ruotava leggermente. Una scimmietta di peluche arancione occhieggiava a sinistra.

Da lontano, il tutto pareva un enorme quadro cubista di dolore.

C’era persino una lapide chiusa da una casa giocattolo, piena all’inverosimile di foto e ninnoli e braccialetti con lettere:

C - H - I - A - R - A

Sul bordo superiore, incastrato in una delle finiture, c’era un biglietto da visita: probabilmente era del negozio che aveva procurato il tutto. Beh, pensò, infondo qualcuno più cinico di me sono riuscito a trovarlo.

Non era facile ritagliare l’inquadratura giusta. In primis, per il senso di urgenza che provava – nonostante si sforzasse di mantenere la calma, ripetendosi come un mantra che era lì per una causa “seria”. Poi, non voleva ritrarre nomi o fotografie.

Tirò fuori dalla borsa la biottica, aprì il pozzetto, ed iniziò a studiare l’inquadratura. Un pupazzo in primo piano sfuocato, le croci sullo sfondo a fuoco: questa era interessante, poteva andare. Prese l’esposimetro e misurò la luce: ricordati di farlo sulle ombre, si disse… e subito il suo senso di colpa gli diede un’altra fitta.

Smettila di torturarti: la tecnica serve a portare a casa il risultato.

Tempo: un sessantesimo di secondo. Diaframma: cinque e sei.

Scattò la prima foto. L’otturatore centrale della biottica fece il solito e sommesso “zick”. Richiuse subito il pozzetto per proteggere il vetro smerigliato: il corpo della fotocamera era infatti già punteggiato di gocce.

Seconda inquadratura; il vialetto tra le tombe che si allontana, e in primo piano una grossa palla roteante. Attese che si fermasse e poi scattò.

Percorse il corto vialetto tra le tombe un paio di volte, avanti e indietro. Sentiva di dover mormorare una preghiera, e lo fece: “L’Eterno Riposo, dona a loro o Signore, risplenda ad essi…”.

All’improvviso, dei passi: tacchi che si avvicinavano.

Rimise subito l’apparecchio nella borsa, e si riportò sotto al portico, come un ladro colto sul fatto. Prese di tasca un fazzoletto e si asciugò la fronte. Una signora anziana gli passò accanto, un mazzo di fiori nelle mani, lo sguardo assente quasi come se non esistesse nient’altro che mettere un piede dopo l’altro.

Attese finché non ebbe svoltato l’angolo.

Tornò nel cortile, e si prese un paio di minuti per passeggiare ancora tra le tombe.

Questo bimbo era nato e morto lo stesso anno. Questa bimba aveva solo otto anni. Quest’altra, in fotografia, è completamente senza capelli. Una stretta allo stomaco: ma cosa ci faccio qui?

Ancora una, due al massimo, e poi andiamo via. E’ per il progetto.

Passeggiando, arrivò al coniglio triste. Era fenomenale: le orecchie completamente stirate verso il basso, una goccia appesa al naso di stoffa, gli occhi vitrei.

Si accorse che per fotografarlo bene bisognava mettere un piede sulla lapide. “Non calpestare le tombe!” diceva l’avviso all’ingresso del cimitero. Ma se è per quello, diceva anche di non fare fotografie.

Fece un passo, mise un piede sulla pietra tombale, e scattò.

La pioggia aumentò d’intensità.

Tornando verso la macchina, pensò che aveva voglia di immergersi subito nella sua musica jazz: gli servivano le brillanti scale discendenti di quel sassofono tenore.

Si può essere, allo stesso tempo, bravi artisti e brave persone?

Io mica lo so, se sono l’una o l’altra cosa – si disse.

Io so solo di essere questo…

…Cioè quello che semplicemente sono.

…E di poter offrire questo al mondo.

Solo questo.

Senza etichette.

6 Responses to “Semplicemente, senza etichette (il cimitero dei bimbi)”

  • Sei un brava persona perché sei un bravo artista. L’artista vede la dove le persone spesso guardano senza vedere.
    Non c’è miglior pietas (nel senso latino del termine) che quella che hai raccontato tu e il tuo progetto: fa onere a te ed alle persone che furono.
    Complimenti, raccontata in maniera magistrale.
    E’ curioso come in alcuni soggetti fotografici o storie riesca a riconoscere nelle tue parole anche la mia esperinza….

    • Grazie di cuore, Domenico!
      Questo “ondeggiare” perpetuo tra due atteggiamenti (il non curarsene, il preoccuparsi) lo sento parte della mia natura: insomma io sono così… probabilmente troppo poco cinico per diventare davvero “qualcuno”, ma al tempo stesso consapevole che non siamo eterni e quello che lasceremo dietro di noi saranno soprattutto i ricordi e le buone opere.
      Il percorso che cerco di intraprendere, quindi, non è tanto quello di abbracciare (forzare) l’una o l’altro modo di essere, quanto accettare tale equilibrio instabile come parte della mia natura, del mio “essere così e basta”.
      Non sono mai contento di me stesso, e quindi si tratta di uno sforzo non indifferente.
      Del resto, però, sono convinto che l’alternativa sia finire nel circolo vizioso di forzare sé stessi ad essere una cosa che è contraria alla propria natura, al proprio carattere.
      Insomma: ti ringrazio del commento e anche delle bellissime parole sulla pietas; ma i dubbi mi resteranno sempre… ed infondo è giusto che sia così, perché sono parte di me.

  • Ciao Nicola,
    grazie per questa condivisione. Anch’io spesso mi chiedo se sia giusto o meno scattare delle foto. Penso sia una cosa naturale per una persona, che prima di essere un fotografo, è un essere umano. Con queste tue parole dimostri tutta la tua sensibilità, che è un ingrendiente fondamentale per poter fare della buona fotografia.

    Molti grandi fotografi hanno fotografato la morte e la malattia delle persone (a volte dei loro cari). Mi viene in mente Annie Leibovitz che ha fotografato la sua compagna Susan Sontag malata terminale in ospedale…

    Ultimamente ho visto un’intervista di Ernesto Bazan che raccontava un’esperienza durante un suo workshop in Sicilia; un suo allievo avrebbe voluto documentare la morte di una persona, ma era dibattuto. Ernesto l’ha aiutato a superare questo momento e a fare quelle foto, nel rispetto dei parenti del defunto. Giorni dopo sono stati gli stessi parenti del defunto a ringraziarli per quella documentazione.

    a presto

    • Stefano, grazie per il tuo contributo!
      Ottimo l’esempio della Leibovitz… ed anche l’esperienza di Bazan: a dimostrazione che, forse, la giusta sensibilità è la chiave, è sempre la scelta da fare. Est modus in rebus.
      Nulla mi toglie dalla mente, però, il fatto che Nick Ut si sia infondo disinteressato di quella bimba che urlava.
      E’ vero: dopo l’ha accompagnata in ospedale. E’ vero: stava solo facendo il suo lavoro. E’ vero: ha scattato un’icona pacifista di impatto mondiale.
      Ma resta il fatto che non ha appoggiato quella maledetta Leica per soccorrerla subito…

  • Mentre leggevo questo tuo racconto, mi sono immedesimato in te e ho provato, probabilmente, le stesse sensazioni che hai provato tu.
    Questo vuol dire, a mio parere, saper scrivere con la S maiuscola.
    Oltre a essere un bravissimo fotografo sei anche un ottimo narratore di penna, bravo Nicola.

    Con stima
    Sergio

    • Il tuo apprezzamento mi fa davvero piacere, Sergio! E ti ringrazio.
      Mi fa piacere perché significa che sono riuscito a comunicare quello che sento, ed è un passo importante – anche se a volte un po’… ustionante per chi lo compie! 😉
      In effetti, scrivere è l’altra mia grande passione insieme alla fotografia. A volte, non so quale delle due è più forte dell’altra. Ma infondo si tratta sempre di scrivere: con la penna, o con la luce…
      Grazie ancora!

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