Leggere una fotografia

On 11/12/2014 by Nicola Focci

C’è gente che vede la foto – che so? – di una bella ragazza e dice: “Che bella foto!”.

Capito che fesseria?

(Letizia Battaglia)

Sono un convinto sostenitore del fatto che chi guarda una fotografia ha anche l’onere di approfondirla, e non soltanto di guardarla.

“Onere” e non “obbligo”, sia chiaro; ma per capirla fino in fondo, è necessario sforzarsi un po’ più di quanto noi si faccia con le tonnellate di immagini che i media veicolano ogni minuto sui nostri schermi (piccoli o grandi che siano).

Il punto è questo: bisogna andare oltre la forma.

Perché in fotografia non c’è solo la forma[1], ma anche altre due importantissime chiavi di lettura: il contenuto, ed il contesto.

In questo articolo vorrei fare un esempio. Questa fotografia è abbastanza famosa, ma spero che non l’abbiate mai vista (o non la vediate da molto tempo), in modo da seguire un approccio “vergine”. Per lo stesso motivo, vi invito a non cercare su Google!

Eccola qua:

Cominciamo a parlarne a partire dal primo livello, quello più “superficiale”:

Forma

Si tratta di un bianco e nero d’epoca (almeno a giudicare dallo stato).

Difficile capire dove sia stata scattata… però si tratta indubbiamente di una “bella” fotografia: anche il soggetto è bello. Così come è affascinante la luce che proviene dalla destra dell’uomo, e ne mette in evidenza i lineamenti del viso (insieme ai graffi sulla parete).

Molto particolare è anche l’espressione del giovane, che ha l’aspetto scapigliato dell’artista bohémien. Come vi sembra? Io lo definirei tranquillo, quasi indifferente a quanto gli capita intorno, insensibile ma al tempo stesso molto concentrato su qualcuno o qualcosa.

E’ sicuramente una bella fotografia (almeno ai miei occhi) ma l’abbiamo detto: non dobbiamo fermarci qui.

Contenuto

In effetti si nota subito qualcosa: il giovane ha le manette. E viene subito la curiosità di sapere chi sia.

Intanto, cominciamo dall’autore: si tratta di Alexander Gardner (1821-1882).

Scozzese di nascita ma americano di adozione, fu tra i pionieri della fotografia documentaristica, restando famoso per le sue immagini della Guerra Civile. A dire il vero, molti anni dopo la morte fu accusato di avere “manipolato” queste fotografie, spostando i cadaveri per renderle più efficaci…

Alexander Gardner, Confederate dead at Antietam, 1862

Alexander Gardner era anche il fotografo di fiducia del presidente Lincoln, del quale si occupò persino dopo la sua morte, nel senso che ritrasse i congiurati che cospirarono contro di lui e le risultanze del processo. Insieme ai suoi assistenti – tra i quali Timothy O’Sullivan, altro gigante dell’epoca – scattò ben 25 fotografie su questo argomento. Teniamo presente che ogni scatto era realizzato su lastra singola, e con tempi di posa molto lunghi.

Il ragazzo ritratto nella foto, per inciso, è proprio uno dei cospiratori. Si chiama Lewis Payne, ventuno anni; e dopo la sua cattura – avvenuta nell’Aprile del 1865 – venne trattenuto sulla USS Saugus. Alexander Gardner fu l’unico fotografo ammesso a bordo, e sul ponte della Sagus scattò quattro ritratti del giovane, uno dei quali è il nostro “caso di studio”.

Siccome si parla di contenuto, vale la pena approfondire la figura di questo cospiratore.

Payne non fu l’esecutore materiale dell’omicidio di Lincoln, perché a sparare al presidente fu John Wilkes Booth (a sua volta ferito a morte durante la cattura). No: il compito di Payne era quello di uccidere il sessantaquattrenne segretario di stato William Seward.

L’azione del nostro giovane scapigliato non fu indolore: la potremmo anzi definire una vera e propria mattanza.

Armato di un revolver e di un coltello, Payne si recò a casa del politico – che era immobilizzato a letto per un incidente di carrozza – fingendosi un messo del medico. Dapprima sparò al figlio di Seward, Frederick, ma l’arma si inceppò; e allora lo percosse quasi a morte con il revolver. Quindi salì le scale e fece irruzione nella camera del malato, dove accoltellò subito il suo attendente. Poi salì a cavalcioni sul letto, e accoltellò ripetutamente anche Seward. Per finire, mentre scendeva le scale, accoltellò anche l’altro figlio – Augustus – asportandogli parte dello scalpo.

Un vero macellaio, insomma. E sono certo che adesso vi apparirà meno bohémien ed attraente! A me, perlomeno, lo “studio” del contenuto fece questo effetto: se prima Lewis Payne mi era proprio piaciuto, ora lo guardavo in fotografia (quella stessa fotografia) con un certo disgusto.

Rimane in sospeso, a questo punto, un’ultima domanda: ma qual’era la situazione di Payne al momento della fotografia?

Contesto

Possiamo ora rivelare la didascalia originale della fotografia:

Lewis Payne, uno dei cospiratori contro Lincoln, prima della sua esecuzione.

Dunque, Payne è stato condannato a morte, ed è ritratto mentre il boia lo sta aspettando. (Inutile aggiungere che la premiata ditta Gardner e Sullivan documentò con spietata freddezza anche l’esecuzione capitale).

Scrive giustamente Roland Barthes[2] che questa è dunque la fotografia di un uomo che è morto, e sta per morire.

Appare chiaro come questo contesto sia di grande importanza. Barthes scrive di sentirsi più colpito da esso, che non da forma e contenuto… perché corrisponde a ciò che lui chiama punctum: la fatalità che, nella fotografia, ci “punge” e ci colpisce, e fa sì che la fotografia stessa non si dimentichi.

Come vi sembra, ora, l’espressione del ventunenne Lewis Payne?

A me parve indifferente, e quasi fiera. 

E non è mica scontato. Non è da tutti.

Sta per morire!

Cosa si disse di Federico Garcia Lorca di fronte al plotone d’esecuzione? “Lloraba como un niño”, piangeva come un bambino. E diamogli torto!

Ecco che, dopo aver approfondito il contesto, non potei fare a meno di guardare quel ritratto provando una certa ammirazione… non certo per il crimine, ma per il coraggio e la dignità del giovane nell’affrontare la morte (e l’apparecchio fotografico).

Concludendo

Siamo partiti da un ritratto (peraltro molto semplice e molto datato, quindi niente diavolerie tecniche di pre o postpoduzione) per vedere come sia possibile approfondirne la lettura sulla base di tre ambiti diversi: forma, contenuto, e contesto.

Nel mio caso, poi, a ciascun ambito è corrisposta una “sensazione” diversa nei confronti del soggetto: positiva, negativa, e poi ancora (a suo modo) positiva.

La mia sensazione finale e conclusiva, però, un insieme delle tre.

Probabilmente, è giusto così. Afferma giustamente Pieroni[1] che i tre ambiti sono sì diversi, ma strettamente connessi: non appena ne affrontiamo uno, ecco che gli altri automaticamente si mettono in mezzo. Non si possono ignorare.

Per tornare all’incipit di questo articolo, quindi: l’analisi complessiva della fotografia potrà essere completa solo se avviene al livello dell’intersezione di questi tre ambiti.

“Il trifoglio degli ambiti di indagine” [1]

Riferimenti:

[1] Augusto Pieroni, “Leggere la fotografia”, Edizioni Edup

[2] Roland Barthes, “La camera chiara – Nota sulla fotografia”, Piccola Biblioteca Einaudi

Tutte le foto sono state tratte da Wikipedia.

 

6 Responses to “Leggere una fotografia”

  • Bhe… caro Nicola, non c’è che dire! Una Lezione di Fotografia!! Complimenti, per aver affrontato un argomento non semplice, per averlo illustrato in maniera esauriente e in modo conciso.

  • Una bellissima riflessione esposta in maniera molto chiara.

    Sono sempre più del parere che alle elementari, superiori o università debba esistere una materia chiamata Fotografia in cui uno dei primi approcci dovrebbe proprio essere la lettura di una foto.

  • Purtroppo conoscevo la foto… e il gioco non ha funzionato… Non mi ricordavo tutta la storia, ma solo che era un detenuto.
    Vedendo la foto, ho provato un po’ di ansia e nello sguardo ho visto il vuoto di uno che non ha più speranza (forse il mio subconscio si ricordava che era un condannato a morte).

    Sulla chiave di lettura di un’immagine…. sono molto d’accordo su forma e contenuto… non completamente sul contesto. Ammetto di amare molto la ricerca del contesto in qualsiasi foto (dove e quando è stata scattata, in che occasione, come lavora il fotografo, qual è la sua sensibilità, che idee ha, ecc…) Però allo stesso tempo sono dell’idea che cercare quello che è fuori dal fotogramma porta a distorcere la fotografia.

    la fotografia dovrebbe essere prima di tutto vista in modo isolato (o al massimo insieme alle altre fotografie che compongono un progetto), per capire che messaggio mi arriva, che sensazioni, cosa mi porta a pensare, ecc….

    solo in un secondo tempo e più che altro per fare una lettura più completa della foto e dell’opera del fotografo, posso aggiungere il contesto. Ma a quel punto ho quasi snaturato la foto. Come se questo studio del contesto fosse un test distruttivo, che mi impedirà in seguito di fruire nello stesso modo di quella fotografia.

    • Ci sta: l’approccio alla fotografia (da osservatore) è sempre soggettivo.
      Ci può stare che il contesto sia una fonte di informazioni in più (per me è così), ma anche che sia una fonte di distrazione (o “distruzione”! :-D) come nel tuo caso.
      Io penso che la forma sia importantissima (infondo parliamo di un’arte visuale) ma anche che il rischio odierno sia quello di fermarsi solo a quella. Rischio che è enfatizzato dalla fruizione digitale: il mio punto di partenza era poi quello. Dice bene Francesco, nei commenti, che c’è una precisa carenza didattica in questo senso (almeno in Italia, all’estero non so). Prendi un qualunque corso di fotografia, e si parla quasi solo di aspetti formali.
      Non c’è dubbio però che, se manca lo stupore (che deriva quasi sempre da forma e contenuto), la fotografia non acchiappa… e la “indagine” è destinata a fermarsi lì. Quindi il contesto, di per sé, non sarebbe affatto sufficiente.

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