Holga: quando l’incertezza può diventare arte

On 03/04/2013 by Nicola Focci

Io apprezzo la Holga proprio per tutto ciò che non è in grado di fare.
(Teru Kuwayama)

(La mia Holga 120N dal colore delicatissimo!)

Benché ormai rapito dalla Rolleiflex, questa fotocamera cinese di plastica aveva conquistato anche me, e mi accingo a quindi recensirla.

La storia

La Holga nacque su iniziativa di tale T. M. Lee, imprenditore di Hong Kong che possedeva un’azienda specializzata nella costruzione di unità flash. Volendo diversificare la produzione ed aggredire il mercato cinese, optò per una fotocamera economica e minimale, basata sul formato di pellicola allora più diffuso in Cina: il 120.

Commercializzata a partire dal 1981, l’Holga non fu mai un grande successo… anche perché presto pure in Cina presero piede apparecchi maggiormente completi, raffinati, e dotati della più “capiente” pellicola 35mm.

Ma il tempo è un galantuomo, e l’Holga ebbe la sua rivincita quando cominciò ad essere distribuita in occidente.

Riscoperta da artisti, creativi, bravissimi paesaggisti (Michael Kenna) e persino prestigiosi fotoreporter (David Burnett), la Holga diventò quella sorta di piccolo oggetto “cult” che è ora.

Noi amanti della fotografia analogica, poi, non possiamo nascondere la testa sotto la sabbia: se la pellicola è tutt’altro che morta, è anche grazie alle fotocamere lo-fi come l’Holga ed ai loro tanti (basta usare Google per capirlo) utilizzatori.

Le caratteristiche

La Holga “base”, ossia quella che posseggo io e che ha codifica 120N, ha le seguenti caratteristiche:

  • Formato 6×6 o 6×4.5 (a seconda della maschera utilizzata).
  • Mirino galileiano.
  • Obiettivo fisso con focale 60mm, corrispondente a 38mm nel formato 24x36mm.
  • Switch diaframmi a due posizioni: “sunny” (f/11) e “not so sunny” (f/8).
  • Un solo tempo di scatto, pari circa a 1/100s.
  • Switch “N/B” per il tempo di posa: “N” è quello appena descritto, “B” è la “posa B” ossia l’otturatore rimane aperto per il tempo in cui il pulsante di scatto resta premuto. (Questo switch è collocato sul fondo dell’apparecchio).
  • Messa a fuoco a stima su 4 posizioni.
  • Avanzamento pellicola mediante pomello manuale.
  • Slitta per il contatto a caldo del flash.
  • Finestrella sul dorso per il controllo dell’avanzamento della pellicola.
  • Foro filettato per il treppiede sul fondello.
  • Dimensioni: 140x102x76mm. Peso: 200g.
  • Nella confezione: Tappo copriobiettivo, mascherina per 6×4.5 e 6×6, cinghia, manuale.

A questi dati nudi e crudi, mi sento di aggiungere che:

  • I diaframmi sono “ufficialmente” due (f/8 e f/11) ma il manuale avverte che “secondo alcuni sono talmente ravvicinati da essere indistinguibili uno dall’altro. Lasciamo a voi la decisione“.
  • Il mirino è privo di qualunque indicazione o cornicetta all’interno.
  • L’otturatore è a molla e non richiede di essere ricaricato. In soldoni: ogni volta che premi il pulsante (in realtà una levetta), l’Holga scatta – che la pellicola sia stata avanzata o meno.
  • Non c’è contapose: bisogna guardare nella finestrella posteriore, leggendo il numero di fotogramma direttamente sulla carta di protezione della pellicola 120.
  • Il manuale è piuttosto ben fatto (e ricco di spiegazioni) anche se in inglese.

I modelli di Holga disponibili sul mercato sono diversi: per esempio è disponibile la 120FN che ha il flash integrato, la 135 che utilizza pellicola 24x36mm, la 120PC con foro pinhole, e così via.

Incertezza al potere


La Holga è una fotocamera imprevedibile, e qui risiede il segreto del suo successo.

Se infatti ha il vantaggio di essere compatta e molto leggera, presenta questi difetti:

  • L’obiettivo – in plastica e dallo schema ottico elementare – produce distorsioni, vignettature, aberrazioni, e flares rilevanti.
  • Il corpo, costruito in maniera molto economica, non di rado espone la pellicola ad infiltrazioni di luce (light leaks).
  • Il mirino non è propriamente “fedele” nel riprodurre quanto inquadrato dall’obiettivo. Secondo alcuni, è “da moderatamente a per nulla utile”.

Tutte queste “problematiche”, però, possono fornire effetti artisticamente interessanti, inaspettati, bizzarri, fuori dal comune… che, se impiegati con coscienza ossia per rafforzare il messaggio fotografico, possono diventare potenti.

(Bologna, Certosa)

Ma “imprevedibilità” fa poi il paio con “incertezza”. Sino a quando il negativo non è sviluppato, è difficile prevedere cosa potrà saltar fuori! A me è capitato – come credo a tutti gli utilizzatori di Holga – di essere al tempo stesso estremamente contento ed estremamente insoddisfatto, nell’ambito dello stesso rullino!

Dunque con l’Holga siamo in totale balìa del caso? In realtà, no.

Intanto, perché col tempo e con l’uso finisci per capirla meglio. Diventa ad esempio chiaro che che più si è vicini al soggetto e meglio è (anche per sfruttare le caratteristiche grandangolari dell’obiettivo), e le composizioni semplici funzionano meglio di quelle complesse.

Poi, un po’ di sana teoria torna utile anche con questa fotocamera cinese super semplificata. Vediamo perché, scendendo nell’ambito più operativo.

Mettere a fuoco

La messa a fuoco, come detto, è a stima. Sul barilotto dell’obiettivo sono presenti quattro icone:

…che corrispondono (secondo il manuale) alle seguenti distanze: 1 metro, 2 metri, 6 metri, “da 10 a infinito”.

Effettuando il calcolo iperfocale, risulta questa profondità di campo (distanze in metri):

Distanza Holga           Distanza minima        Distanza massima        
1 0,91 1,10
2 1,68 2,48
6 3,76 14,8
10 5,00 ~infinito

Cosa significa? Che impostando il barilotto sul segno dei 6 metri (il gruppo di persone), tutti gli oggetti compresi tra una distanza di circa 4 metri e circa 15 metri dalla fotocamera, saranno a fuoco.

Per soggetti dai 5 metri in avanti, il simbolo della montagna sul barilotto andrà sempre bene.

Diventa più difficile valutare le distanze brevi, dove la profondità di campo è più ridotta; e io mi aiuto sapendo che il mio braccio, esteso, misura circa 70 cm dalla spalla alla punta del dito medio. Lo tendo verso il soggetto, e cerco di fare una stima.

Esporre

Holga deriva dal cinese “ho gwong” che significa “molto luminoso”. Probabilmente l’imprenditore T. M. Lee possedeva un certo senso dell’umorismo, visto il (quasi) unico diaframma disponibile su questa fotocamera ossia f/11!

Sta di fatto che, essendo fisso anche il tempo di scatto, l’unica variabile a disposizione del fotografo è la sensibilità della pellicola.

Ragionando sulla famigerata regola del Sedici, e sfruttando la buona latitudine di posa della pellicola, si arriva a queste conclusioni:

  • Una pellicola 100 ISO va bene (leggermente sovraesposta) per le giornate di sole.
  • Una 400 ISO va bene (leggermente sovraesposta) per le giornate di cielo coperto, e tutto sommato rappresenta un buon compromesso generale. Le foto in questo articolo sono state realizzate proprio con una HP5 plus a 400 ISO.

L’importante, con l’Holga, è evitare le situazioni molto buie, come ad esempio gli interni… pena l’ottenimento di negativi quasi trasparenti e fotografie poco incisive. Stiamo pur sempre scattando a f/11 e 1/100s! Quindi ricordate: con l’Holga la luce non è mai abbastanza. Io, nel dubbio, lascio sempre il selettore del diaframma su “not so sunny”, proteggendolo con un po’ di nastro isolante (vedi foto a inizio articolo) onde evitare di spostarlo.

(Assisi, San Pietro)

Caveat

Operativamente, l’utilizzo della Holga richiede alcuni accorgimenti (specie per chi è agli inizi o proviene da apparecchi meno “minimali”):

  • Siccome il mirino non contiene riferimenti per la parallasse, bisogna tenerne conto. A distanze ravvicinate (es. 1m) occorre mettere il soggetto nell’angolo inferiore destro del mirino per essere certi che sia centrato!
  • Bisogna ricordarsi di mettere a fuoco. Pare ovvio dirlo, ma il mirino non contiene riferimenti telemetrici ed è quindi facile dimenticarsi di settare la distanza prima di scattare.
  • Le clip di metallo laterali che chiudono il dorso (tra le pochissime parti metalliche di questa macchina!) posso facilmente sbloccarsi con l’uso, col rischio che la fotocamera si apra. Conviene coprirle con nastro adesivo (vedi foto a inizio articolo).
  • Bisogna prendere l’abitudine di avanzare sempre il film dopo ogni posa, perché l’otturatore scatta sempre, e le doppie esposizioni non volute sono dietro l’angolo.
  • Il tappo è scarsamente utile (non sta certo proteggendo un vetro Zeiss…), si perde facilmente, ed è altrettanto facile dimenticarlo su quando si scatta. Tanto vale lasciarlo a casa… a meno di non usarlo per scopi creativi (farne una maschera).
  • Il selettore “N/B” é mortifero: è facile dimenticarlo su “B” senza accorgersene (anche perché il rumore dello scatto è esattamente identico nei due casi!) ottenendo così magnifiche foto mosse. Conviene proteggerlo con un pezzo di nastro adesivo.
  • Attenzione a settare correttamente la finestrella del contapose sul retro della Holga. La freccia – e non la finestra stessa – deve puntare su “12” (per il 6×6) o “16” (per il 6×4.5). Se i negativi si sovrappongono ai lati, significa che state usando un settaggio 6×4.5 con maschera 6×6.

Detto questo, l’Holga è sicuramente una fotocamera divertente, in grado di rilasciare la creatività.

Essendo poi leggera e compatta, la si può sempre portare con sé: un vantaggio non da poco.

 

3 Responses to “Holga: quando l’incertezza può diventare arte”

  • Se ti sembra che non sia ancora abbastanza difficile, prova a caricarla con pellicola 220 invece che 120! (mancando lo strato di carta protettiva, dovrai sigillare il contapose per non far entrare luce)

  • Ciao Nicola, ho preso un Holga 120 CFN da qualche giorno. E’ corredata di due mascherine qual’è quella per il formato 6×6? Grazie

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