Quando i sentimenti bloccano il dito indice

On 24/01/2012 by Nicola Focci

Museo per la Memoria di Ustica, Bologna

Alcuni giorni fa sono andato al Museo della Memoria di Ustica per fare una seduta di scatti (autorizzata) insieme al mio amico Fabio, nell’ambito di un progetto che stiamo portando avanti insieme.

Naturalmente eravamo lì per fare fotografie, organizzati di tutto punto con macchine, treppiedi, scatto remoto e quant’altro; quindi non doveva esserci eccessivo spazio per altro da quello.

Ma di fronte a una simile installazione, non è affatto facile rendersi oggettivi e pensare solo al pulsante di scatto.

Eravamo statì lì altre volte, ma questo non cambia le cose: la visione del relitto del DC-9 è infatti sconvolgente. Un puzzle di vite distrutte da una forza sovrumana, talmente atomizzato che non esiste alcun collante possibile se non quello di una verità che latita e si nasconde nelle pieghe del suo famoso “muro di gomma”.

E non da meno è l’installazione artistica che lo circonda, creata da Christian Boltanski: 81 lampadine (quante sono le vittime) appese sul relitto, che si accendono e spengono ritmicamente come il pulsare di una vita che non c’è più… e altrettanti pannelli lucidi neri, tutti intorno, dai quali fuoriescono bisbigli registrati di voci che pronunciano frasi tipiche della quotidianità (quelle cose che pensi mentre sei tranquillamente seduto in aereo, e tutto t’immagini fuorché d’esser sbalzato all’esterno e terminare lì la tua esistenza).

Siamo consapevoli che il nostro progetto non avrà finalità di lucro ma unicamente didattiche e documentali. Ciononostante, a tratti avevamo la sensazione di commettere un qualche tipo di peccato… “violare” in qualche modo quella initimità… essere irrispettosi nei confronti di quella immane tragedia. Non è stato quindi facile ragionare in modo “distaccato”, e concentrarsi sul mirino, sulla composizione, sulla luce.

Ma noi non siamo predatori: siamo fotografi.

Credo che, in queste particolarissime situazioni, bisogna ragionare così… e trovare in questa consapevolezza la forza necessaria ad estraniarsi, a rendersi oggettivi di fronte al soggetto, a non farsi coinvolgere – o se vogliamo a lasciare che sia lo scatto a coinvolgere chi lo guarda.

Non stiamo fotografando per noi stessi, ma per coloro che i nostri scatti poi vedranno.

E se il nostro progetto contribuirà a muovere la coscienza e la consapevolezza di anche una sola persona, allora avremo raggiunto pienamente il nostro obiettivo.

Lascia un commento