Dietro le quinte: ‘Afghan Girl’ (Steve McCurry)

On 26/07/2013 by Nicola Focci

(“Afghan Girl”, Steve McCurry)

Quando le Torri Gemelle crollarono, l’11 Settembre 2001, Steve McCurry si precipitò subito fuori dal suo ufficio a Washington Square Park ed andò a Ground Zero. Il perché, lo spiega lui stesso:

Le fotografie sono ciò che ci rendono informati su quanto succede nel mondo. Era una cosa che andava assolutamente documentata, ed è ciò che faccio.

Questo è Steve McCurry: un gigante della fotografia vivente, sulla breccia da oltre trent’anni in tutti i posti più scomodi e pericolosi della terra come lo Yemen, l’ex Jugoslavia, la Cambogia, Beirut, l’Afghanistan… e ovviamente Ground Zero.

Nel 1985 McCurry si trovava presso il campo profughi di Nasir Bagh, in Pakistan. Il campo accoglieva gli afghani in fuga dal loro paese invaso dai russi.

Tra questi profughi c’era anche una ragazzina di 12 anni che aveva perso i genitori quando gli elicotteri russi avevano distrutto il suo villaggio, ed aveva quindi intrapreso un pericoloso viaggio di due settimane attraverso le montagne per rifugiarsi in Pakistan.

McCurry entrò in una tenda dalla quale proveniva un vociare distinto, e fu attratto dagli occhi magnetici di questa ragazzina. Scattò l’iconica fotografia che meritò subito la copertina di “National Geographic”… e che è, a modo suo, una versione moderna e magnetica di “Madre migrante”.

Gli scatti di McCurry si caratterizzano tutti per un uso molto puntuale e geniale del colore, che “acchiappa” chi li guarda. “Afghan Girl” (questo il nome della fotografia) presenta un contrasto cromatico “da manuale”: la ragazzina ha il vestito rosso, mentre lo sfondo e gli occhi sono verdi; rosso e verde sono due colori complementari, al pari di arancione e blu, o viola e giallo. Si rafforzano l’un l’altro, e contribuiscono a rendere accattivante (per l’occhio) l’immagine.

Ma si tratta di un espediente funzionale, atto a rendere ancora più potente l’immagine, e quindi non fine a sé stesso. Dice sempre McCurry:

L’unica cosa che conta è presentare i fatti nella maniera più semplice e diretta possibile.

La ragazzina si chiama Sharbat Gula, ma la sua identità è rimasta sconsciuta per 17 anni: sino al 2002, infatti, lei era solo una “Afghan girl”.

Quando il regime talebano venne meno, l’Afghanistan riaprì ai media occidentali, e un team di National Geographic tornò in quei luoghi per ritrovarla. Non fu facile, perché il campo profughi era stato nel frattempo demolito… e molte donne millantavano di essere davvero lei. Finalmente, grazie al fratello, trovarono Sharbat Gula in una remota regione del paese. Furono anche impiegate verifiche biometriche (il pattern della sua iride) per accertarne l’identità. McCurry, che successivamente la incontrò, non ne ebbe però bisogno:

I suoi occhi sono indimenticabili oggi, come lo erano allora.

Sharbat Gula aveva fatto ritorno in Afghanistan nel 1992. Aveva trent’anni, un marito, e tre figlie. Viveva nascosta dietro ad un velo, come si confà alla sua religione Pashtun. Benché ricordasse di essere stata fotografata, non sapeva di essere diventata un’icona; anzi: non aveva mai visto la sua fotografia prima che le venisse mostrata in quel 2002.

Finito il tormentone mediatico, è tornata nell’anonimato, dietro al velo.

Sharbat Gula ha avuto una vita molto difficile, ma a modo suo è fortunata: vivrà per sempre, in quello sguardo magnetico congelato dalla pellicola Kodachrome di Steve McCurry.

 

Fonti:

http://en.wikipedia.org/wiki/Steve_McCurry

http://en.wikipedia.org/wiki/Afghan_Girl

http://www.vogue.it/en/vogue-starscelebsmodels/vogue-masters/2012/09/steve-mccurry

http://betterphotography.in/2012/06/06/steve-mccurry/

http://news.nationalgeographic.co.uk/news/2002/03/0311_020312_sharbat.html

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