Dietro le quinte: ‘D-Day’ (Robert Capa)

On 10/11/2012 by Nicola Focci

La fotografia che meglio di tutte rende la concitazione dello sbarco in Normandia, e che ispirò Steven Spielberg per il suo film “Salvate il soldato Ryan”, è scampata non solo al terribile fuoco incrociato nazista, ma anche ad un altrettanto fatale nemico: la fretta nel laboratorio di sviluppo.

Audace, frenetica, e mossa, questa fotografia può essere presa anche a biografia del suo autore.

Robert Capa (nato Endre Ernő Friedmann in Ungheria nel 1913) è uno dei fotografi più influenti del secolo scorso. Pioniere del fotogiornalismo di guerra e cofondatore (insieme ad altri santissimi come Henri Cartier-Bresson) della mitica Magnum Photos, scattò foto celeberrime in teatri di guerra rischiosi della prima metà del secolo scorso: Guerra di Spagna, Guerra Mondiale, Guerra d’Indocina… Lo scrittore William Saroyan disse di lui che era <<un giocatore di poker la cui attività secondaria era fare fotografie>>.

Purtroppo questo suo atteggiamento coraggioso e spregiudicato finì per costargli caro. Nel 1954, a soli 40 anni, Capa mise il piede su una mina antiuomo in Indocina. L’esplosione gli fu fatale.

Disse in seguito l’amico Ernest Hemigway: << Era talmente vivo che uno deve mettercela tutta per pensarlo morto>>.

Ma torniamo alla foto, cioè al 1944.

Capa prese parte alla seconda ondata di truppe americane che sbarcarono in Normandia su Omaha Beach, per conto di LIFE. Non lo fece a distanza di sicurezza e col teleobiettivo, ma in mezzo ai soldati e col 50mm: <<Se le foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino>> è un suo famoso aforisma.

Ad Omaha Beach, Capa scattò un totale di 106 fotografie. Di queste però solo 11 – tra le quali l’icona di inizio pagina – sono giunte sino a noi. Come mai?

Il fattaccio accadde nei laboratori di sviluppo di LIFE a Londra.

All’arrivo dei 4 rullini di Capa, i redattori erano logicamente ansiosi di vedere il risultato. Posero quindi una notevole pressione sulle spalle dei tecnici. La fretta, si sa, è cattiva consigliera… e in questi casi l’errore è dietro l’angolo. Ricorda John Morris, in quei tempi photo editor di LIFE: <Lui (il tecnico, n.d.A.) corse su per le scale gridando disperato: “Rovinati! Rovinati! I rullini di Capa sono tutti rovinati!”. Incredulo, volai giù in camera oscura insieme a lui. Mi spiegò di avere appeso le pellicole come al solito nell’armadietto di legno che fungeva da asciugatore, riscaldato da una resistenza sul pavimento. Ma per via del mio ordine di fare in fretta, aveva chiuso la porta… e senza ventilazione, l’emulsione si era sciolta>>.

Tre rullini erano completamente inutilizzabili.

Il quarto era in gran parte rovinato… ma si salvarono quei fatidici unidici fotogrammi, che si presentarono subito ricchi di grana – forse per via dell’incidente. Una caratteristica che, in realtà, divenne decisiva per dare l’aspetto concitato e pericoloso del risultato finale; al punto da ispirare un famoso regista di Hollywood.

Cosa ci può insegnare questa storia?

Prima morale: “presto e bene non vanno insieme”!

Seconda morale: la fotografia non deve necessariamente essere perfetta. Accade, anzi, che lo stravolgimento delle regole canoniche (mosso, grana, ecc.) possano raccontare al meglio una storia.

 

Fonti:

I grandi fotografi Magnum, Robert Capa, Hachette

http://en.wikipedia.org/wiki/The_Magnificent_Eleven

http://www.skylighters.org/photos/robertcapa.html

http://www.nytimes.com/slideshow/2008/01/27/arts/20080127_KENN_SLIDESHOW_index-5.html

 

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