La lampadina che brucia

On 08/01/2015 by Nicola Focci
NOTA IMPORTANTE:

Questo articolo è stato scritto anni fa, il 18 Ottobre 2010.

L’ho ripescato, non senza una certa curiosità,  dal mio precedente blog.

E mi fa pensare che, stante la conclusione finale, non tutti gli esperimenti vengono per nuocere… 😉 

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La foto qui sopra ritrae una lampadina che, privata del proprio involucro di vetro, brucia completamente quando accesa.

Imbattendomi in questo tutorial su “DIY photography” (sito curioso), mi son detto: perché non provare?

La procedura prevede tre fasi. Nella prima, si priva la lampadina dell’involucro di vetro; nella seconda, si prepara ed effettua lo scatto; nella terza, si fa un po’ di post-produzione dello scatto. In dettaglio:

  1. La lampadina viene inserita in una busta di plastica trasparente (robusta), chiudendone poi l’estremità. Stringendo la lampadina alla base metallica con un paio di pinze, la si colpisce leggermente con un martello (oppure la si stringe alla base del bulbo con un altro paio di pinze). I vetri restano nella busta di plastica, e si estrae la lampadina con il filamento esposto.
  2. La si monta sul portalampade, si predispone la macchina, si spegne la luce (l’ambiente deve essere buio), si fa partire con lo scatto remoto la raffica, e si accende la lampadina. Che brucia in un tempo brevissimo (meno di un secondo) senza emettere rumori o particolari odori.
  3. Si effettua una post-produzione dello scatto. Infatti, la foto è spesso troppo “bianca” (come è logico che sia) e di per sé non è particolarmente interessante.

La seconda fase è ovviamente quella più critica per la sicurezza personale, visto che i filamenti esposti conducono la 220V e il corpo umano non va molto d’accordo con l’alta tensione. Quindi, massima cautela! Si deve avvitare la lampadina quando il portalampade è scollegato dalla corrente, e poi usare una ciabatta con l’interruttore, in modo da accenderlo e farla bruciare dopo aver avviato la raffica della macchina. Terminata la raffica, bisogna spegnere  la ciabatta (o meglio scollegare tutto dalla rete elettrica) obbligatoriamente prima di toccare o svitare il “moncone bruciato”.

Poiché sono qui a scriverne (!), la seconda fase della procedura non mi ha dato grossi grattacapi… salvo che per l’esposizione: è davvero un prenderci, e dipende molto dalla potenza della lampadina. Obbligatorio quindi scattare in RAW, per recuperare eventualmente dopo.

La prima fase è invece quella che mi ha dato più problemi, nel senso che è difficile rompere l’involucro senza danneggiare il filamento. E’ davvero delicatissimo, e si rompe a guardarlo. L’ideale sarebbe avere una bella scorta e fare diverse prove; ma le lampadine “classiche” sono difficili da reperire: io ho dato fondo alla scorta casalinga! Ne avevo 4 a disposizione,  ed ho finito per danneggiarne 2. La prima foto non mi ha soddisfatto come esposizione, quindi m’è rimasto un ultimo tentativo, che è andato meglio.

Da ultimo, ci vuole un po’ di post-produzione. Io ho usato un gradiente di colore (da blu a rosso) per dare un po’ di atmosfera al pennacchio di fumo.

Devo dire di non essere molto soddisfatto del mio scatto: in rete ne ho visti di molto, molto più belli. Mi sarebbe piaciuto tentare con un’altra lampadina, ma questa era l’ultima… e, come suol dirsi, erano finiti i canditi.

In definitiva, e dopo aver perso circa una sera a fare questa foto (!), visionandola mi son detto: e quindi?

Ho scoperto (se mai ce n’era bisogno) che non sono molto portato a questo tipo di scatti, che sono alquanto costruiti e richiedono una bella dose di pazienza.  La “do it yourself photography” insomma non fa per me.

Probabilmente potrei ritentare con altre lampadine e – ora che ho “appreso la tecnica” – ottenere un risultato migliore; ma… cui prodest?

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