Cinque motivi per partecipare a un workshop di fotografia

On 12/04/2013 by Nicola Focci

Lago Santo Modenese, 2010

Il workshop di fotografia è l’ennesima invenzione del grande Ansel Adams (che cominciò a realizzarli negli anni ’40).

La mia esperienza è limitata a “solo” due: “Interrogare la natura” e “Socialscape Investigation“. Eppure penso di poterli elencare con una certa sicurezza, questi cinque motivi per i quali vale assolutamente la pena partecipare ad un workshop.

1. Il docente

Rappresenta ovviamente il cardine intorno al quale ruota il workshop.

Riuscirà a insegnarci cose nuove, indirizzarci, aprire i nostri orizzonti, e soprattutto stimolare la nostra curiosità artistica.

In questo senso sono stato fortunato perché, nei due workshop fatti, ho avuto ottimi docenti: Luca Andreoni e Francesco Jodice.

Certo, insegnare è una missione; e non è detto che un bravo fotografo sappia anche essere un bravo docente. Ma vivaddio, esiste la Rete per poterlo verificare! Quando iniziai io l’università, nel lontano 1989, questa fortuna non c’era. Oggi su Youtube si trova di tutto e magari anche qualche intervista, o stralcio di lezione.

2. Il confronto con gli altri discenti

Non si migliora restando sulla propria isola. Senza confronto, scatta un meccanismo autoreferenziale per cui noi stessi alziamo o abbassiamo l’asticella.

Dagli altri partecipanti al workshop (ed a prescindere dal loro livello) possono arrivare spunti arricchenti, critiche costruttive, scambi di opinione, racconti intriganti, consigli…

Capita spesso anche nei momenti più informali come la pausa pranzo. Fuori dall’aula, in effetti, le “tensioni” si sciolgono e la lingua pure.

E’ importante legare anche amicalmente, aprirsi. Un ragazzo ad esempio mi ha spiegato le sue tattiche per entrare nelle realtà industriali dismesse: dall’amico che fa il “palo” alla banconota allungata al custode… e di sicuro non ne avrebbe mai parlato davanti al pubblico! Questo ha poco a che fare con la fotografia in senso stretto, ma c’entra con la motivazione e il senso della realtà (lui era ben consapevole di trasgredire la legge) e comunque mi ha insegnato qualcosa.

3. La lettura portfolio

Eh, che dire… questo momento, molto temuto, è quasi sempre presente. Spesso proprio come primo atto nella liturgia del workshop.

Si spengono le luci, si accende il proiettore, e sotto il primo con la sua chiavetta USB di files. Le nostre foto al vaglio del docente e dei presenti!

La lettura portfolio rappresenta una situazione di profonda catarsi, spesso ustionante… ma mostruosamente istruttiva.

Del resto si sa: mettersi in gioco non è mai facile. Ma chi non risica non rosica.

Vale sicuramente la pena osare, perché non è un concorso a premi. Siamo lì per imparare, non per vincere qualcosa. Io, alle letture portfolio, ho visto di tutto: da quello che ha fotografato i distributori automatici di materiale pornografico, a quello che ha coperto di cellophane la sua camera e ne ha fatto un progetto.

4. Il confronto con la progettualità

Di solito il workshop prevede anche una seduta di scatti sul tema del medesimo, oppure la consegna di un “compito per casa” da realizzare e mostrare poi in una seduta conclusiva a distanza di tempo (questo è quello che realizzai io per il secondo workshop).

Il partecipante viene “costretto” a lavorare su un progetto, e questa cosa è dannatamente istruttiva. Ci si misura con un aspetto fondamentale che è quello di ragionare, comunicare, esprimersi, raccontare… e non solo limitarsi a scattare.

Impegnarsi su un canovaccio o tema che non necessariamente abbiamo libertà di scegliere noi.

Ricordiamoci che l’aggiunta di vincoli stimola il cervello a superarli e, quindi, la creatività.

5. Il benchmarking

Alla fine del workshop, sapremo anche “come siamo posizionati”: quanto effettivamente valiamo… perlomeno nel campione di fotografi rappresentato dai partecipanti, che comunque ha una sua sostanza.

Sapremo su quali aspetti siamo più forti, e su quali invece dovremo lavorare. L’insegnamento, secondo me, sta proprio qui… e spesso è un insegnamento “sottrattivo”: un invito a scremare la nostra fotografia da troppi orpelli, troppi belletti, troppo make-up.

 

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