La massificazione dell’analogico: ‘digital silver print’

On 23/05/2014 by Nicola Focci
Dead Horse Point SP, Utah, Agosto 2013

Dead Horse Point SP, Utah, Agosto 2013

Ieri sul profilo Twitter di Ilford Photo è apparso questo video:

“I benefici della stampa alla gelatina d’argento da files digitali”.  Ohibò!! Stampa chimica di files digitali?

Confesso la mia ignoranza: non conoscevo questa tecnica! E quindi sono andato a leggermi un po’ come funziona.

In sostanza, stando al sito degli autori del video, si utilizza una speciale stampante laser per impressionare la “tradizionale” carta ai sali d’argento. Quest’ultima viene poi sviluppata con gli usuali chimici del bianco e nero in completo automatismo, ottenendo di fatto una vera e propria stampa chimica.

Posso quindi supporre che il fotografo deve effettuare a video con Photoshop (o simile) gli interventi tipici di camera oscura (bruciatura, mascheratura, crop, ecc.) per poi inviare il file così processato per la stampa digitale.

Sembra suonare bene!

Oppure no?

Uhm… vediamo.

Anzitutto, non mi è chiaro (ma confesso di non aver approfondito) se questa tecnica sia già disponibile in Italia. Ne dubito, però.

Poi, c’è un ovvio discorso di prezzi. Negli USA, una stampa 20×25 su carta baritata costa 36 dollari, cioè circa 26 euro (al netto della spedizione). Mi sembra parecchio!

Ma la mia osservazione è più di natura concettuale.

Lo scopo di questa tecnica è anche, evidentemente, quello di garantire la ripetibilità del risultato. Che è poi la caratteristica del mondo digitale… Un po’ come nel caso di un documento di Word: che lo stampi oggi o tra dieci dieci giorni, uscirà sempre identico.

Ma la camera oscura non funziona così. O meglio: un bravo stampatore è naturalmente in grado di produrre stampe pressoché identiche; ma deve sempre metterci del suo.

La medesima stampa, oggi,  può uscire molto diversa da come è venuta ieri… perché fa più caldo, o è cambiato il rivelatore, o è cambiata la lampadina dell’ingranditore, o è una giornata storta e lui ha un diavolo per capello…

Nessuna macchina garantisce al fotografo la ripetibilità. Deve metterci l’anima. Non di rado accorgendosi che la stampa di oggi gli piace più di quella di ieri!

Questo è il bello della fotografia chimica (e il motivo per cui è tutt’altro che defunta): un processo più “artigianale”… fatto da sudore e celluline grigie e serendipità e pratica.

East Side Gallery, Berlino, Giugno 2013

East Side Gallery, Berlino, Giugno 2013

Quando guardo una mia fotografia, prima di tutto – e quindi anche della solita e spietata autocritica – provo proprio questa sensazione: che, lì dentro, ci sia un po’ di me…Che sia quasi come un figlio… con i suoi pregi, i suoi difetti, la fatica e il tempo che vi ho dedicato, le idee, le correzioni in corso d’opera, persino il tempo “perso” ad aspettare che si lavasse per bene.

Mai e poi mai riuscirei a provare la stessa sensazione con un documento di Word!, uguale a se stesso in saecola saeculorum.

Logicamente, queste sono le mie personali esigenze. Quelle di un fotografo sportivo o di matrimoni sono diametralmente opposte!

Ma, per quanto mi riguarda, la massificazione della fotografia analogica sarebbe un crimine. E parlo squisitamente del bianco e nero… che peraltro è sempre stato “di nicchia” anche quando c’era la Polaroid.

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