Dietro le quinte: ‘Stray dog’ (Daido Moriyama)

On 05/05/2013 by Nicola Focci

Daido Moriyama, Stray Dog (1971)

Con una piccola fotocamera in mano, cerco le strade, cerco la città, cerco il mondo, cerco me stesso. Suppongo che questo sia il destino di ogni persona che prende in mano una macchina fotografia. Portare una macchina fotografica conduce in un continuo viaggio nella realtà.

Amo molto Daido Moriyama. Le sue fotografie hanno il potere di farsi ricordare anche da una persona che ha pochissima memoria quale sono io.

Intendo dire che mi capita spesso (perlopiù in rete) di vedere scatti che mi colpiscono sul momento, magari perché hanno colori saturi o sono ipergrandangolari o fanno largo uso di HDR. Nulla da criticare su queste fotografie; anzi, hanno sicuramente il “potere” di acchiapparmi. Ma poi, subito dopo aver girato pagina, me le dimentico. Non mi restano. Durano lo spazio di un clic…

Il cane randagio di Daido Moriyama – come tante sue altre fotografie – invece me lo ricordo eccome, ed ha anche il potere di colpirmi tutte le volte che lo rivedo.

Attivo da decenni in patria ma consacrato a livello internazionale solo nel 1999 con una mostra al MoMA di San Francisco, Hiromichi (Daido) Moryiama nasce in Giappone nel 1936. Il padre lavora per una compagnia di assicurazioni che lo trasferisce ripetutamente in diverse città del paese, e questo finirà per sviluppare in Daido un senso di non-appartenenza, di non-legame con luoghi di origine, di vita costantemente sulla strada.

Il vero artista è colui che della propria arte fa uno specchio, e la fotografia di Moriyama mostra in modo evidente questo suo stato mentale: sono immagini da “fotografo cacciatore”, erratico, se vogliamo randagio come il cane protagonista di questo articolo. Scrive di se stesso:

Il mio interesse principale è raccontare la strada e la società che la anima e la rende viva. Narrare la realtà. Questo racconto però è mio: non è la telecamera del telegiornale che registra ciò che accade là fuori, ma Daido che ti racconta la strada che percorre.

Moriyama insomma esplora un paesaggio interiore, senza mai smettere di vagabondare (come si vede in questo interessante video). E’ esattamente ciò che amo in lui: l’essere un Cartier Bresson randagio, intimista, concettuale… che si auto-analizza, e si allontana dal concetto di fotoreporter per produrre dei magnifici Haiku non in versi ma in fotografie.

Le fotografie di Moriyama sono per me indimenticabili proprio per questo…e non tanto (o meglio non solo) per la sgranatura e il mosso e l’estremo contrasto – che comunque rappresentano un tratto distintivo del suo stile.

Tornano a “Stray dog”, pubblicata per la prima volta nel 1971 sulla rivista “Asahi Camera”, la sua genesi non poteva che essere (apparentemente) semplice, ed è lo stesso Moriyama a raccontarla:

Subito dopo il capodanno del 1971, fotografai un cane randagio a Misawa, su a nord, nella prefettura di Aomori, dove si trovava una base militare statunitense. Stavo uscendo al mattino dall’albergo con la macchina fotografica in mano quando vidi davanti a me questo cane che gironzolava riscaldandosi al sole. Quasi senza pensare puntai l’obiettivo su di lui e scattai diverse volte.

“Quasi senza pensare”: è la frase che più mi colpisce di questo passaggio.

Moriyama è tutto qui.

 

Fonti:

Daido Moriyama, “Visioni dal mondo”, Skira Photography

 

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