L’esposimetro è tonto!

On 18/07/2014 by Nicola Focci

(L’articolo è stato corretto dopo la pubblicazione iniziale: grazie Stefano! 😉 )

Siamo fotografi, giusto? In quanto tali, allora, abbiamo bisogno di conoscere la teoria. Non per farne sfoggio, ma per scattare fotografie migliori. (A fine articolo poi tornerò su questo aspetto della teoria da conoscere…).

A questo proposito, un concetto molto importante con cui fare i conti è legato all’imbecillità dell’esposimetro.

Che poi intendiamoci: non è del tutto colpa sua. E pur sempre una macchina… programmata ad hoc per fare quella cosa e quella soltanto. Sta di fatto che:

L’esposimetro ‘vede’ tutto come se fosse color grigio al 18%, che sia davvero così o meno.

Come scrivo nel mio e-book “Manuale del bianco e nero analogico” (auto-citarsi è sempre bello! 😀 ):

L’esposimetro si limita a misurare la luce riflessa dalla scena e che colpisce la sua cellula sensibile, fornendo la coppia tempo/diaframma che in stampa restituisce un tono di grigio 18% per quella scena. Esatto: per l’esposimetro, il mondo è interamente e tristemente fatto di un bel grigio 18%… E sia chiaro che questo vale anche per i modelli più sofisticati e costosi.

Facendo due esempi concreti:

  • Se misuro una bella distesa di neve, l’esposimetro mi fornirà una lettura idonea a renderla grigia al 18%. Siccome “vede” grigio e non bianco, significa che mi fornirà un diaframma troppo chiuso (o un tempo troppo veloce) rispetto a quello che sarebbe necessario per renderla bianca come in realtà è.
  • Stessa cosa se misuro un blocco di carbone: per “lui” è grigio al 18%, non nero… e fornirà parametri idonei a renderlo tale, cioè un diaframma troppo aperto (o un tempo troppo lento) rispetto a quello che sarebbe necessario per renderlo nero come in realtà è.

A questo proposito: ma perché proprio 18%?

Perché è stato scelto come standard. L’esposimetro mica lo sa, cosa state misurando! Siccome gli manca questa informazione, non gli resta che standardizzare tutto a un tono medio, lasciando poi alle celluline grigie del fotografo il compito di interpretare queste informazioni.

Sul cocuzzolo della gaussiana

Questa “imbecillità” dell’esposimetro non crea particolari problemi quando la situazione tonale è media (luminosità media, scostamento tra ombre e luci medio). In tal caso, esso fornisce una coppia tempo/diaframma sufficientemente adeguata. E si va via tranquilli.

Ma i problemi sorgono quando la situazione tonale non è media… vuoi perché la luminosità è molto elevata o molto ridotta, o vuoi perché lo scostamento tra luci ed ombre nella scena è elevato. Son casi particolari?, mica tanto! Nella vita reale – lo sappiamo – capita spesso di trovarsi nelle parti più ripide della curva gaussiana, non sul suo cocuzzolo.

Ve lo spiego a partire da un mio errore, cioè una fotografia che ho completamente “cannato” perché mi sono fidato dell’esposimetro.

Altopiano Marconi, Bologna, Dicembre 2012

Altopiano Marconi, Bologna, Dicembre 2012

 

Che succedeva, qui?

  • I miei occhi vedevano la neve bianca;
  • L’esposimetro la vedeva grigia;
  • Io ho dato retta a lui…

….e questo è il risultato: praticamente, neve e cielo grigio sono dello stesso tono! 🙁

(Per gli scafati nella stampa analogica, preciso che trattasi di scansione da stampa con grado di contrasto 5: immaginate quanto possa essere piatto il negativo!)

Ma… non si riescono a sistemare in post-produzione, queste cose?

Certo: posso cercare di esporre meno la carta in fase di stampa, per schiarire le luci; ma finirei per schiarire anche le parti scure. E’ la classica coperta corta: per salvare capra e cavoli occorrerebbe tanto di quel lavoro in mascheratura e bruciatura, che la fatica supera il gusto.

Volete un altro esempio di situazione tonale estrema? Una scena al mare sulla spiaggia.

Ricordiamoci che l’esposimetro fa la media di quello che vede, e la rende al 18%. Al mare c’è un sacco di luce riflessa dalla sabbia e dall’acqua; lui si fa influenzare da questa “massa di luce”, e per scurirla al 18% vi farà chiudere il diaframma di due stop di troppo. Risultato: possiamo dire addio al viso della nostra compagna in primo piano e in ombra.

Correttivi

Naturalmente, la teoria ci aiuta a prevedere tutto questo e porvi rimedio.

Quando siamo di fronte a situazioni di luminosità un po’ estreme, le cose da fare sono infatti due.

Primo: misuriamo la luce sull’area più importante dell’immagine, e NON sulla scena intera.

Esempio: sto facendo un ritratto sulla spiaggia, e allora misuro la luce sul viso della mia modella.

E’ sempre fattibile?, beh dipende. A volte il tempo è tiranno. A volte non abbiamo la libertà d’azione necessaria per spostarci.

Ma se la fotocamera o l’esposimetro dispongono di lettura a spot, è il momento di usarla. (Vi stavate giusto chiedendo a che diavolo servisse? Ecco la risposta! 😉 ).

Secondo: misuriamo la luce su un valore medio del nostro soggetto, del tutto analogo a quel 18% che l’esposimetro è tarato per valutare.

In questo modo, la coppia tempo/diaframma fornita dall’esposimetro riuscirà a rendere tutte le tonalità corrette del mio soggetto, incluso il bianco della neve e il nero del carbone.

Ma come faccio a individuare questa “zona media”? Beh, in commercio esistono dei cartoncini color grigio al 18%: si può misurare la luce direttamente su quelli. Non sarà la cosa più comoda del mondo, ma meglio pensarci prima che pentirsi poi.

Applicando queste due semplici regole, avremo la chance di esporre correttamente la nostra fotografia, ed evitare di impazzire dopo in post-produzione.

Tutto qui?

Ehm… purtroppo no!

Infatti non esiste solo la limitazione dell’esposimetro, ma anche quella del supporto che riceverà lo scatto (pellicola o il sensore che sia).

Esso, infatti, non è in grado di registrare qualunque range di intensità luminosa… al contrario dell’occhio umano. Esistono soglie oltre le quali non è più fisicamente in grado di registrare le ombre e/o le alte luci: le prime si “chiudono” e diventano un nero indistinto, le seconde si “bruciano” e diventano un bianco privo di dettagli.

Anche in questo caso esistono dei correttivi; ma si entra nel bellissimo e (relativamente) complesso discorso del Sistema Zonale!

Dunque, mi fermo. Rimandando gli approfondimenti del caso al mio già citato e-book, visto che dedico un intero capitolo all’argomento! 😉

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Da ultimo…

…e tornando al discorso che si faceva all’inizio: la teoria è importante, ma deve diventare un automatismo. 

Esattamente come fa l’arciere descritto nel libro preferito da Cartier-Bresson, dobbiamo automatizzare il nostro modo di procedere. Dobbiamo agire mediante un “processo di non-pensiero”… laddove la teoria è talmente radicata da essere usata senza rifletterci troppo su.

Infondo, per comunicare non è certo necessario consultare di continuo il dizionario!

In questo senso credo si possa leggere questa citazione di Alfred Stieglitz, che amo molto:

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