Ama ciò che fai, o ti si ritorcerà contro

On 25/12/2014 by Nicola Focci
Eccomi sul palco! Anno 2009 o suppergiù...

Eccomi sul palco! Anno 2009 o suppergiù…

 

Affaccendarsi nelle arti per qualunque motivo diverso dall’amore, è come prostituirsi.

(Steven Pressfield)

 

La fotografia non è la mia unica grande passione. C’è anche la musica.

E credo valga la pena di raccontare questa storia d’amore che non ha un lieto fine (o forse sì, chissà).

Se sarà noiosa da leggere (come è probabile), almeno sarà stato per me terapeutico scriverla! 😉

Galeotto fu l’arpeggio

Ho iniziato a suonare la chitarra intorno ai 17 anni.

Correva l’anno 1988: era il periodo di “Duran Duran contro Spandau Ballet”. A me piacevano moltissimo entrambe le band (raffinati i secondi, più funk i primi); però c’era un pezzo degli Spandau che mi faceva proprio impazzire, ed uscì quell’anno: “Through the barricades”.

Mi dissi: voglio assolutamente imparare a fare quell’arpeggio!

Anche se da totale autodidatta – e con l’aiuto di una provvidenziale trascrizione! – alla fine ci riuscii. E da cosa nacque cosa: la prima chitarra acustica, poi la chitarra elettrica.

La prima band seria

In breve arrivai alla prima band con gli amici. Dapprima un po’ scalcagnata – come è normale quando si comincia! – e poi col tempo molto più strutturata.

Il nostro gruppo finì per chiamarsi “The Stone8”: un gioco dato dalla pronuncia, “stonato” in pugliese. Si faceva rhythm’n’blues: Otis Redding, Wilson Pickett, Sam & Dave… sull’onda emotiva di quel grande film che è stato The Commitments.

Non era facile coordinare tante persone per le prove (eravamo una decina) ma ci divertivamo un sacco, il clima umano era ottimo, e in quel periodo (dal 1993 al 2000 circa) si trovavano molte occasioni per suonare dal vivo.

Fu davvero bello: avevo meno di trent’anni, c’era un sacco di energia e ancora poche responsabilità, sul palco e fuori dal palco era sempre festa…

Con la telecaster GeL: peccato averla venduta!

Con la Telecaster Asat G&L: peccato averla venduta!

La ricerca del “meglio”

Lentamente, però, crescevano le mie aspettative. Volevo qualcosa in più del semplice gruppo d’amici.

Quel progetto finì… ne nacque un altro analogo e con altre persone che finì pure quello… cambiai genere “virando” sul rock italiano… e infine arrivai “AL” progetto che consideravo quasi un punto di arrivo: “Talking Loud”, tribute band degli Incognito.

Le premesse c’erano tutte: un genere che adoravo (acid jazz), la ritmica che piaceva a me, un contesto di “colleghi suonatori” piuttosto evoluto…

Riguardando il nostro demo video, non posso che apprezzare le qualità tecniche di quella band:

Siamo al 2008-2010, e i tempi erano però cambiati: trovare date diventava sempre più difficile.

Non aiutava il genere (piuttosto “di nicchia”) e qualche contrasto personale di troppo.

Senza serate dal vivo, una band è come la pianta che non riceve acqua: si secca. La montagna partorì un topolino, e il progetto si esaurì da sé.

Il serbatoio in riserva

Le opportunità per trovare altri gruppi più fortunati non mi sarebbero mancate: avevo vent’anni di esperienza, e ottima strumentazione accumulata nel tempo.

Ma nel frattempo, però, insieme ai tempi, ero cambiato anche io. Qualcosa aveva fatto “clic” dentro di me.

Quando succede – e cioè quando cambia il nostro orientamento verso qualcosa o qualcuno – i sintomi sono sempre presenti. Anche se ci illudiamo di non accorgercene, non mancano mai! E nel mio caso erano due, chiarissimi:

1. Non mi esercitavo più

Se prima – negli anni d’oro del r&b – studiare un pezzo nuovo era una gioia e improvvisare su una base era un piacere, adesso era quasi una tortura.

La chitarra, ormai, usciva dalla sua custodia solo per le prove o per i concerti. Avevo smesso di studiare e di migliorare.

2. Alle prove non mi divertivo più

La seduta in sala prove aveva sempre rappresentato un momento di amalgama tecnico sì, ma anche di divertimento. Ora invece…

Ero sempre troppo preoccupato del modo in cui suonavo. Non riuscivo a lasciarmi andare. Non sentivo il sentimento in ciò che facevo.

Spesso, tornando a casa, mi chiedevo ad alta voce: “ma chi me lo fa fare?”.

Le decisioni chirurgiche

Insomma: non bastavano nemmeno le date dal vivo (peraltro poche) a motivarmi. Era il genere di situazione dove poteva esistere un solo elemento motivazionale: il denaro… Ma io lo facevo per passione, non per lavoro!

Nel 2012 ho preso atto del fatto che la benzina era finita. E quindi ho appeso definitivamente la chitarra al chiodo.

Non è stato nemmeno traumatico come temevo: semplicemente, a un certo punto, ho smesso. Niente proclami sui social network, o intenzioni di tornare sui miei passi in futuro. Quest’ultima cosa, magari, potrà anche capitare… ma adesso no, proprio no.

Quando lo raccontavo a più di un amico, ottenevo espressioni incredule. “Ma come!, tu che hai suonato per tanti anni, hai calcato diversi palchi, hai fatto tanti sacrifici (di tempo e di soldi) per la strumentazione e la musica… molli tutto??”

Una piccolissima parte della mia strumentazione...

Wah-wah, compressore, delay, overdrive…una piccola parte della mia strumentazione!

Sì, mollo tutto, decisamente. Metto in cantina le due pregiate Stratocaster di liuteria e l’amplificatore Fender a valvole e le tonnellate di pedalini, e mollo tutto.

E questo perché:

Solo l’amore crea

Esiste una sola ricetta per fare le cose bene: amarle anche nella quotidianità; amarle anche quando le cose non vanno bene.

Nella vita non deve mai esserci posto per la noia, specie nelle passioni. Quando la noia ha il sopravvento, significa che il destino è segnato ovvero, che quella specifica attività non è ciò che davvero amiamo fare. (Non più, almeno!, perché panta rei e anche noi cambiamo quindi le passioni di ieri non è detto restino uguali domani).

Nel mio caso, la fotografia ha preso – nettamente – il sopravvento sulla musica. Perché è una cosa che amo, e che mi piace sempre fare. Non mi annoia mai. 

Ci sono giorni dove la spinta motivazionale è minore, come è logico che sia; ma non riesco a smettere di creare, scrivere, e respirare fotografia.

Quanto alla frase dei miei amici, beh… a volte capita, nel corso della vita, di confrontarsi con un passato “glorioso” e tanti sacrifici fatti: è un pensiero bloccante, che somiglia un po’ alla famigerata “paura di lasciarsi” quando si vive una relazione di lungo corso.

Ma il nostro istinto, la nostra pancia, sa sempre e perfettamente che dobbiamo fare. Lo sa… eccome se lo sa! E dobbiamo darle retta.

Se è ora di cambiare aria, bisogna farlo; senza “se” e senza “ma”.

Lascia un commento