Minor White: il metaforista della fotografia

On 07/10/2013 by Nicola Focci
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Minor White (1908-1976)

Quando ho guardato le cose per quello che sono, sono stato tanto sciocco da persistere nella mia follia e ho scoperto che ogni fotografia era uno specchio di me stesso.

Ogni tanto ci imbattiamo in incontri tanto casuali (apparentemente…) quanto profondamente incisivi nella nostra “educazione di fotografo”. A volte questi incontri rappresentano quella tessera mancante in un mosaico di comprensione, che permette di dare un senso anche ad altri autori.

Per me è stato così con Minor White. Posso dire tranquillamente di sentirmi “folgorato” da questo poeta dell’immagine, che non conoscevo assolutamente (e del quale purtroppo non si trova tantissimo, pur essendo uno dei maestri riconosciuti del ‘900).

L’articolo è un po’ lungo, e me ne scuso con chi avrà la pazienza di leggerlo; ma un personaggio come White è difficilmente “condensabile” in poche righe.

Una (breve) biografia

Minor White nacque nel 1908 a Minneapolis (Minnesota).

Dopo la laurea in botanica e un’iniziale passione per la poesia, a trent’anni iniziò la sua carriera di fotografo, poi interrotta per la guerra dove servì nel servizio informazioni della marina.

Successivamente fu coinvolto in un “circolo” di prestigiosi fotografi quali Alfred Stieglitz, Edward Weston, e Ansel Adams; passò molto tempo con questi grandi artisti, e la sua carriera decollò, grazie a numerose mostre e soprattutto ad attività didattiche.

Fondò nel 1952 la rivista Aperture, e si dedicò all’insegnamento della fotografia (anche nel prestigioso MIT, Massachusetts Institute of Technology) sino alla morte avvenuta a 67 anni per attacco cardiaco.

Windowsill Daydreaming, 1958

Windowsill Daydreaming, 1958

Equivalenza

Centrale nella poetica visiva di White è il concetto di “equivalence”, acquisito da Stieglitz e poi amplificato.

Secondo White, una fotografia può agire su tre livelli. (Lo descrive nel suo articolo del 1963 “Equivalence: The Perennial Trend”, da me tradotto in questo PDF scaricabile, e il cui originale è indicato nelle fonti a fine articolo).

  • Il primo livello è quello marcatamente visuale. Il fotografo riconosce nel soggetto qualcosa che gli ricorda un sentimento, e lo esprime visivamente, sfruttando gli attributi tipici del mezzo fotografico. Per esempio, la fotografia di una nuvola esprime un sentimento di femminilità (rotondità, delicatezza, morbidezza…) provato verso una donna.
  • Al secondo livello, avviene la vera e propria Equivalenza: una sorta di “magia” in chi osserva questa fotografia, che coglie un senso di corrispondenza con quanto provato dal fotografo, e soprattutto con qualcosa che riconosce di sé stesso. La fotografia diventa quindi una sorta di specchio. Può essere un riconoscimento gradevole o sgradevole, ma comunque riguarda qualcosa di sé.
  • Al terzo livello, la fotografia non è più presente davanti agli occhi dell’osservatore; e si trasforma ulteriormente, secondo le proprie inclinazioni e “distorsioni”, diventando altro ancora, ma sempre riportando a qualcosa di sé (appunto perché trasformata dentro alla mente dell’osservatore). Trattandosi di un processo intimo – dice White – è impossibile a prevedersi e descriversi.

La fotografia, per White, non è dunque “documentazione”, ma bensì “metafora”.

O, se vogliamo, è la documentazione di un paesaggio interiore del fotografo, che può essere riflesso sull’osservatore attraverso un meccanismo di identificazione intuitiva. Una sorta di allineamento tra immagine ed esperienza individuale.

Snow on Garage Door, Rochester, New York, 1960

Alla prima occhiata, la fotografia può informarci. Alla seconda occhiata, ci può raggiungere.

La fotografia di Minor White è insomma abissale: non può essere semplicemente guardata, ma va studiata. Perché va al dilà di sé stessa.

Certo, è una fotografia molto complessa… E i suoi paesaggi a volte – fa notare Robert Adams – faticano a cogliere nel segno, perché sono irriconoscibili: difficile provare il suo stesso stupore (scrive sempre Adams) se non riusciamo a identificarli nel mondo che conosciamo.

Da maestoso a religioso

Il potente simbolismo di Minor White lo si può apprezzare anche per confronto. Sia lui sia Ansel Adams, infatti, fotografarono il Grand Teton; ma con risultati molto diversi (anche se ugualmente splendidi):

Minor White, Grand Tetons, 1959 (da moma.org)

Minor White, Grand Tetons, 1959 (da moma.org)

Ansel Adams, The Tetons and the snake river, 1942 (da wikipedia.org)

Ansel Adams, The Tetons and the snake river, 1942 (da wikipedia.org)

Sebbene si intuisca nel paesaggio di White un insegnamento e un’affinità con i lavori di Adams e Weston (con entrambi aveva un rapporto di profonda stima ed amicizia), siamo di fronte a un percorso maggiormente interiore.

Anziché documentare un luogo (magari estendendo al massimo la gamma tonale come faceva Adams), questa fotografia di White rappresenta una rivelazione: “a un certo punto, in quel dato paesaggio, qualcosa si è rivelato al fotografo – a prescindere dal ‘dove'”.

Questa rivelazione è anche, se vogliamo, di tipo biblico:  la luce di Dio. Tutto il lavoro di White è pervaso da una profonda religiosità… come si capisce anche dalla croce bianca sulla porta del garage vista più sopra.

Se l’osservatore riconosce questo tipo di sensazione, ed essa porta in superficie qualcosa di sé (per esempio una ricerca di quel senso di religiosità, un “tendere a”), ecco che si è avuta l’Equivalenza.

Poeta

Così come Ansel Adams studiò da pianista prima di diventare fotografo e ciò spiega molto della sua tecnica scientificamente ripetibile, così il background di poeta di Minor White fa capire come mai le sue fotografie debbano essere più lette che viste, più sentite che guardate.

Proprio come un poeta, spesso realizzava delle sequenze di immagini come fossero frasi di un verso poetico. Le chiamava cinema of stills, cinema fatto da immagini fisse; e le accompagnava con testi, ovviamente da lui stesso scritti.

E sempre come un poeta, usava la grammatica (la tecnica) per amplificare le potenzialità estetiche e creative: è il caso della pellicola all’infrarosso, che impiegò con rara perizia.

Barn and Clouds, in the Vicinity of Naples and Dansville, New York, 1955

Barn and Clouds, in the Vicinity of Naples and Dansville, New York, 1955

Quando guardo le fotografie che ho fatto, ho dimenticato quello che vidi di fronte alla fotocamera e rispondo solo a ciò che sto vedendo nella fotografia.

White era un tecnico eccezionale (ed un esigente esteta), capace di quel genere d’abilità automatica che non richiede pensiero ma diventa azione da sé. Quante similitudini potrei trovare ne “Lo Zen e il tiro con l’arco”!, tra l’altro uno dei suoi testi preferiti.

E’ infine abbastanza curioso notare l’atteggiamento che White – da ex poeta – ha nei confronti delle didascalieSpesso non aiutano alla comprensione delle sue immagini, perché riportano solo il luogo. Altre volte, invece, l’autore viene in soccorso, usando il titolo come veicolo di informazioni per interpretare l’immagine; è il caso di “The Three Thirds”:

The Three Thirds, 1957

The Three Thirds, 1957

White la commento così:

L’identificazione del soggetto può essere così casuale che occorre un titolo per far capire che vale la pena di sforzarsi per avere un’ulteriore esperienza dell’immagine. La fotografia “The Three Thirds” esige questo titolo perché l’immagine, di per sé, non informa: ha un significato soltanto se il soggetto è trattato come una sorta di piolo sul quale appendere, in questo caso, simboli autonomi, indipendenti, guardando da sinistra a destra, le nuvole nella finestra intese come la giovinezza; le sbavature di malta sotto le assicelle del rivestimento come gli anni maturi; i vetri rotti come la vecchiaia.

E che dire della fotografia sottostante?

Bullet Holes, Capitol Reef, Utah 1961

Bullet Holes, Capitol Reef, Utah, 1961

Senza la didascalia, “Fori di proiettile” potrebbe anche essere una sorta di cielo notturno. E qui White l’aggiunge non tanto per etichettare l’immagine, quanto per aggiungere un livello; ed ecco che il soggetto diventa duplice: il danno causato da uno sparo, e una costellazione.

Un vero ‘guru’

L’insegnamento fu estremamente importante nella vita di White, che condusse anche numerosi workshop – almeno sino a che il suo cuore glielo permise. Le sue case-residence erano sempre aperte per gli studenti, e le lezioni avevano un che di esoterico, sacrale. Dotato egli stesso di un notevole carisma e imponenza fisica (alto, ieratico, la massa di capelli bianchi…), utilizzava metodi didattici inusuali, tipo far compiere esercizi di danza, sedute di meditazione, letture Zen. I suoi workshop erano però improntati alla disciplina ed alla severità, tanto che diversi studenti lasciavano le lezioni dopo pochi giorni per non farsi più vedere. Inutile aggiungere che i suoi metodi didattici erano quindi (e sono tutt’ora) controversi: secondo alcuni, questi workshop non facevano altro che “produrre” cloni del docente.

Vale la pena raccontare un esercizio davvero inusuale per quei tempi: “fotografare la propria essenza”. Cosa si intende per “essenza”? Il docente spiegava così:

La vostra essenza è la qualità interiore dell’esistenza, che è stata con voi sin dalla nascita. E’ quello che si conosce come “se stessi”.

E queste erano le raccomandazioni, molto interessanti al fine di comprendere la sua poetica:

Avventuratevi nel paesaggio senza aspettative. Lasciate che sia il vostro soggetto a trovarvi. Quando si avvicina, percepirete una risonanza, un senso di identificazione con esso. Se, allontanandovi, la risonanza svanisce, oppure se cresce all’avvicinarvi, allora saprete di aver trovato il vostro soggetto. Sedete nei pressi di esso, e attendete che la vostra presenza sia accettata. Non cercate di fare una fotografia, ma lasciate che sia la vostra intuizione a decidere il momento in cui far scattare l’otturatore. Se dopo aver scattato perceperete una sensazione di compimento, fate inchino e lasciate andare il soggetto e la vostra connessione con esso.

Certo, tutto questo può apparire esagerato! Ma è così antipodale al modo attuale di fare fotografia, da diventare affascinante. Io, perlomeno, la vedo in questo modo.

Rochester, 1954

Rochester, 1954

Conflitti interiori

La vita di Minor White fu complessa quasi quanto la sua fotografia.

Fu uomo molto religioso, ma alla continua ricerca della religione: ora quella cattolica, ora il Buddismo Zen, ora il misticismo di Gurdjieff…

Fu omosessuale, e visse questa condizione con grande difficoltà: era l’America del dopo guerra, non certo i tempi di Robert Mapplethorpe. Un outing esplicito avrebbe potuto distruggere la sua carriera di insegnante. Anche per questo tenne nascosti gran parte degli scatti di nudo maschile… che, riscoperti più tardi, si rivelarono autentici capolavori del genere. In ogni caso, il vissuto conflittuale della sessualità emerge nelle sue fotografie quasi quanto quella religiosità di cui abbiamo già parlato.

Il metaforista della fotografia avrebbe avuto ancora molto da dire, se il suo cuore non l’avesse tradito. La sua eredità, però, quella non tradisce mai: è una “moda perenne”, come scrisse egli stesso. E le sue opere riflettono e clonano perfettamente la sua vita profonda e tormentata.

… Io ora cerco le cose non per come sono, ma per cosa altro esse sono, quegli elementi oggettivi di tensione che stanno al di sotto della superficie dell’esperienza, altrettanto vera.


Fonti:

Tutte le immagini tratte da: http://www.masters-of-photography.com/W/white/white.html, tranne dove indicato.

 

4 Responses to “Minor White: il metaforista della fotografia”

  • Grazie. Mi hai aiutato a conoscere un uomo, un poeta, un fotografo sul quale come dici tu non si scrive molto, almeno qui in Italia. Luigi

    • E’ stato un piacere! 😉
      White è davvero un poeta, come giustamente scrivi tu. La sua fotografia non è per tutti; ma chi ama un certo tipo di simbolismo, non può che rimanerne affascinato.

  • Grazie!

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