Il connubio tra arte e disagio (parte 2): Francesca Woodman

On 07/02/2014 by Nicola Focci

Dopo la prima parte dedicata a Diane Arbus, laddove si è parlato del disagio come di un “accellerante” per l’arte nello stesso modo in cui il grano di sabbia diventa perla nell’ostrica, proseguiamo la riflessione parlando di Francesca Woodman.

Untitled, Boulder, Colorado, 1972-1975 - Fonte: (1)

Untitled, 1972-1975  [1]

Due sono le caratteristiche piuttosto uniche di questa artista:

  • L’essere stata molto precoce, un fatto piuttosto raro in fotografia (e invece diffuso in altre discipline come la musica o la matematica);
  • Il prediligere un unico soggetto: se stessa.

Se vogliamo, c’è anche una terza caratteristica: la tragica fine, avvenuta per suicidio nel 1981 a soli 22 anni.

Predestinata

Francesca era figlia di artisti: il padre pittore, la madre ceramista.

Si può quindi tranquillamente dire che lei abbia “respirato arte” sin da quando venne al mondo, mangiando nei piatti creati dalla madre e circondata dai quadri dipinti dal padre. I genitori educarono lei ed il fratello Howard al concetto di arte come un qualcosa di molto serio, che richiede un impegno costante.

A ciò si aggiunge che i Woodman possedevano una casa in Toscana ed hanno vissuto stabilmente nel nostro paese per un paio di anni: Francesca entrò quindi in contatto sin da giovanissima con la tradizione pittorica italiana.

Tutto questo fa di lei la predestinata a sviluppare un senso dell’arte (e una tenacia nel perseguirlo) davvero unico, nonostante la giovane età.

Eel Series, Roma, May 1977-August 1978

Eel Series, May 1977-August 1978

Autoritrattista

Francesca Woodman si fotografava in modo quasi ossessivo. E spiegava così il perché, con un misto di ironia e pragmatismo:

E’ una questione di convenienza: io sono sempre disponibile.

Il primo autoritratto lo fece a tredici anni:

Self portrait at thirteen, Boulder, Colorado, 1972-1975

Self portrait at thirteen, 1972-1975 [2]

In realtà gli autoritratti della giovane artista hanno la peculiarità di rappresentare non tanto lei stessa, quanto la performance del proprio corpo: usa se stessa esattamente come usa gli altri oggetti nella composizione. Si mette a nudo in quanto artista.

Infatti il suo viso spesso non si vede: lo nasconde utilizzando il mosso, o la sfocatura, o semplici oggetti…  Quasi come se, sul punto di rivelarsi, Francesca finisse invece per negarsi.

Space 2, Providence, Rhode Island, 1975 - 1976 [2]

Space 2, 1975 – 1976 [2]

Gli scatti non sono mai istintivi, ma attentamente studiati e preparati. E’ cosa risaputa dalle persone che collaboravano con lei, dai suoi insegnanti, dagli amici: c’era sempre una profonda premeditazione e studio, bozzetti preparatori, controllo continuo dell’inquadratura. La composizione ha uno stampo prettamente pittorico; l’ambientazione – quasi sempre in contesti chiusi e decadenti – è sapientemente studiata.

Untitled, Rome, 1977-1978 [2]

Untitled, 1977-1978 [2]

In vita, Francesca Woodman pubblicò una sola ed unica opera: “Some Disordered Interior Geometries” (“Alcune disordinate geometrie interiori”).

Il libro è basato su un manualetto scolastico di geometria dei primi del ‘900, reperito in una libreria romana durante un suo soggiorno italiano: ventiquattro pagine con il corredo di quindici sue fotografie.

Fonte: http://www.fiaf.net/agoradicult/2012/10/30/francesca-woodman-di-piera-cavalieri-ii-parte/

Some Disordered Interior Gometries (1981) [1]

In questa pagina, ad esempio, il corpo di Francesca diventa un triangolo inscritto dentro ad un quadrato (il drappo). Lo scrive lei stessa sotto alla fotografia: “Almost a square”, “quasi un quadrato”. Il tutto dialoga con la pagina a fianco: “Esercizi di ricapitolazione sopra i triangoli e i quadrilateri”.

La geometria teorico/scolastica a confronto con quella personale dell’artista (sempre impostata sul proprio corpo), insomma. Anche qui, tutto sapientemente studiato.

Suicida

Nelle sue fotografie, il corpo di Francesca è sempre energico, vigoroso, esuberante.

Mi piace pensare che questo sia in contrasto con la “disordinata geometria” della realtà, il male di vivere, il disagio del passaggio all’età adulta… nella consapevolezza dell’artista maturo che sa già tutto, e sa quanto l’arte possa comunicarlo e gridarlo.

Francesca aveva una grande energia. Che forse finì per non trovare più sfogo… diventando così autodistruzione.

Cercò una prima volta di togliersi la vita nell’autunno 1980. Ricevette cure psichiatriche, e parve rimettersi.

Il 19 Gennaio 1981, il salto fatale da un tetto dell’East Side a New York. Qualche tempo prima aveva scritto:

Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate.

Polka Dots #5, 1976-1977

Polka Dots #5, 1976-1977 [2]

Fonti:

  • Veronica Vituzzi, “Francesca Woodman”
  • Isabella Pedicini, “Francesca Woodman – gli anni romani”

Per le fotografie:

  1. Francesca Woodman di Piera Cavalieri (parte prima, parte seconda)
  2. Wikipedia

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