Jeff Wall: l’onere dell’osservatore

On 27/11/2014 by Nicola Focci
"In front of a night club" , 2006 (fonte: Il Post)

Jeff Wall, “In front of a night club” , 2006 (fonte: Il Post)

Quando si utilizzano parole come “pittura” e “scultura”, si connota un’intera tradizione, e ciò implica l’accettazione della suddetta tradizione, ponendo così limiti all’artista che diviene quindi riluttante a fare arte che vada oltre quei limiti.

(Sol LeWitt)

E’ difficile capire le fotografie del canadese Jeff Wall (nato a Vancouver nel 1946) se non si assimila lo stravolgimento operato dall’arte concettuale.

Fino all’avvento del Supermatismo, nei primi anni del secolo scorso, l’artista era sostanzialmente un subordinato: colui che aveva il compito di intrigare e lusingare l’osservatore, offrendogli una rappresentazione del mondo conosciuto – che fosse su un piedistallo, in una Chiesa, o in una piazza.

Il ruolo dell’osservatore era semplicemente quello di decidere se tale rappresentazione fosse stata soddisfacente o meno.

Poi arrivò Marcel Duchamp col suo famoso orinatoio, e, quasi contestualmente, Kazimir Malevič col suo “Quadrato nero”:

“Quadrato Nero” (1923-29) – Fonte: Wikipedia

Ecco che il guanto di sfida passò all’osservatore. Perché Malevič sembra affermare: questo non è solamente un semplice quadrato nero; però mica ti dico cosa volevo rappresentare, né intendo compiacerti; tu, osservatore, devi sforzarti e capire le regole che ho voluto imporre, cercando di interpretare quindi il mio intento.

L’arte diventa, insomma, un gioco di intelligenza.

Oddio: alcuni direbbero “una presa in giro”!… ma altri (ed io tra quelli) invece preferiscono paragonarlo ad una sorta di complicato ed intrigante schema di parole crociate.

Naturalmente, è difficile capire un’opera come questa se non si conoscono le predette regole. Ed è la medesima difficoltà che si incontra di fronte alle fotografie di Jeff Wall, che non a caso è un profondo conoscitore della storia dell’arte (consiglio sicuramente il suo libro “Gestus: scritti sull’arte e la fotografia“).

Jeff Wall, “Insomnia”, 1994 (fonte: Il Post)

Le fotografie di Jeff Wall sembrano snapshot o immagini catturate, ma sono in realtà accuratamente costruite.

E’ tutto messo meticolosamente in posa: oggetti, luci, attori… tanto da richiedere ore di lavoro, in una maniera non molto dissimile – in termini di tempo e destrezza – a quella impiegata da un pittore nel suo studio.

Non si tratta certo di una novità, in fotografia: era pratica usuale anche agli albori, come abbiamo visto per “Fading away” di H. P. Robinson (1859). Ma Jeff Wall ne fa una cosa esplicita, e non lo nasconde all’osservatore. Ecco quindi che la mise en scène diventa un fondamentale elemento di riflessione.

“Insomnia” – che quindi sembra una scena catturata alla Weegee ma non lo è per nulla – racconta la storia di un uomo trasandato e stressato che si aggira insonne per la sua cucina, e infine crolla sul pavimento. L’osservatore ne può quasi rifare visivamente il percorso. La cucina non presenta oggetti personali: sembra quasi di vedere un set ricostruito in un teatro.

Di “Insomnia” si può dire che sia l’allegoria dello stress psicologico.

Sapendo che si tratta di una scena costruita, ecco l’onere dell’osservatore: interpretarla. Perché il problema della fotografia postmoderna di Jeff Wall è proprio questo: soddisfa solo chi ha le conoscenze necessarie per sciogliere i suoi enigmi.

“Mimic”, 1982 (fonte: Il Post)

Anche “Mimic” (una delle sue fotografie più famose) è accuratamente costruita: mostra non già tre passanti, ma tre attori. Di nuovo, Jeff Wall agisce come un regista, o un direttore di una grande orchestra… coordinando un vero e proprio set di interpreti e tecnici.

Cosa ha voluto rappresentare Jeff Wall in “Mimic”? Va letta attentamente, andando oltre gli aspetti maggiormente formali e cromatici.

Una coppia di razza caucasica passeggia, e supera un uomo di razza asiatica; quest’ultimo guarda il bianco con la coda dell’occhio, mentre l’altro uomo lo fissa allungandosi l’occhio col dito: una chiara allusione razzista. Pregiudizio e mimica: ecco la rappresentazione di Wall.

E se ci mettiamo il fatto che la ragazza invece guarda altrove, si può aprire un altro mondo interpretativo.

“A woman consulting a catalogue”, 2005 (fonte: Il Post)

Il reale rappresentato da Jeff Wall, insomma, diventa sorprendente e misterioso.

E’ molto interessante è anche il modo di fruizione di queste opere: l’artista canadese le espone in dimensioni rilevanti . “Mimic” ad esempio misura circa due metri per due e trenta. Non si tratta di “machismo”, ma di una scelta intenzionale:

 

Anche se amavo la fotografia, spesso non mi piaceva guardare le fotografie, sorpattutto quando erano appese ai muri. Secondo me erano troppo piccole per quel tipo di esposizione, e sembravano migliori quando le vedevo nei libri o quando le sfogliavo in un album. Amavo anche osservare i dipinti, in particolar modo quelli di scala tanto grande da poter essere facilmente visti in una stanza. Questo senso di scala è, secondo me, uno dei più preziosi doni che la pittura occidentale ci ha lasciato.

(Jeff Wall, “Gestus: scritti sull’arte e la fotografia”, p. 60)

 

Le fotografie di Jeff Wall sono anche retro illuminate in grossi lightbox, come si vede in questa esibizione del 2008 alla Tate Gallery:

jeff wall 1978 - 2004 exhibition view_0

jeff wall 1978 - 2004 exhibition view 2_0Il light box non è né una fotografia né un quadro, ma in qualche modo suggerisce l’esperienza di entrambi.

La mia opinione personale, per quanto poco valga, è che l’approccio sia ancora eccessivamente legato alla pittura. Purtroppo non ho mai avuto occasione di assistere ad una mostra di Jeff Wall, ma la mia sensazione è che questo tipo di esposizione – in scala e lightboxtenda a “lusingare” un po’ l’osservatore (similmente alla pubblicità), e quindi ricada ancora in parte nella tradizione pre-concettuale di cui si parlava all’inizio.

Da questo punto di vista, gli preferisco (come spirito innovativo) Minor White.

Credo di non scrivere fesserie, però, se affermo che Wall è sicuramente uno dei fotografi (e degli artisti) più importanti dell’ultimo trentennio.

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