Cosa invidio ai professionisti? Una sola cosa…

On 18/05/2015 by Nicola Focci

Un dilettante è un artista che si mantiene con altri lavori che gli permettono di dipingere; un professionista è uno con una moglie che lavora per permettergli di dipingere.

(Beh Shahn)

Un paio di anni fa (per la precisione era il giorno del mio 43esimo compleanno!) scrissi questo post: “Professionismo e professionalità“.

Descrivevo quelli che, a mio modesto avviso, erano alcuni “falsi miti” assegnati ipso facto ai professionisti della fotografia, cioè colore che scattano di mestiere (= che si guadagnano da vivere con la fotocamera).

Ad esempio, il talento. La storia dell’arte è piena zeppa di amatori di talento.

Ma in quell’articolo parlavo anche di passione. E’ controverso, e ne sono consapevole; ma di solito “passione” e “lavoro” non ci azzeccano molto insieme. Premesso che un lavoro può dare molte soddisfazioni, io non credo molto alla massima di Confucio:

Scegli un lavoro che ami, e non dovrai lavorare nemmeno un giorno della tua vita.

Infatti, un lavoro non è solo “fare”, bensì anche “avere a che fare”: coi clienti, coi fornitori, con le scadenze, con le pressioni…

La passione, invece, non conosce ostacoli o scadenze. E’ quella che ti fa alzare alle 5 del mattino con un freddo del Signore, ti fa vestire come un astronauta della missione Apollo, e ti fa essere il primo della fila davanti alla seggiovia.

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La conclusione di quell’articolo era (e tutt’ora la condivido) che sono ben contento di non scattare per mestiere, perché non ho l’assillo del cliente che mi impone la sua visione: posso deciderla da me.

L’unico rischio che corro è quello di non piacere; ma è comunque da mettere in conto.

Obblighi ed efficienza

C’è però un aspetto che invidio profondamente ai professionisti: il fatto che siano “obbligati” a fotografare. Se non lo fanno, non mangiano; quindi non è una scelta: è un dovere.

Può sembrare paradossale… eppure questo aspetto ha un bel vantaggio sul piano dell’efficienza.

Il motivo è ovvio, ma non banale: quando sei obbligato a fare qualcosa, automaticamente consolidi l’abitudine a farla e gli automatismi necessari per riuscirci. E quindi hai più chances (non certezze!) di riuscire a farla bene.

Accade, insomma, un po’ come quando si prende la patente. All’inizio si è impacciati; ma poi, vivaddio, la macchina bisogna pure usarla… ed ecco che si macinano chilometri e chilometri, la tecnica di guida diventa automatica, lo si fa senza pensare e senza arrovellarsi. Si diventa molto efficienti.

Ovviamente si può sempre guidare malissimo (le nostre strade son piene di inetti al volante!), ma si è “obbligati a fare pratica”.

Il lavoro meglio del divano?

Per lavoro faccio tutt’altro dalla fotografia, e quindi alla fotografia posso dedicare un ammontare di tempo molto risicato. Non riuscirò mai a consolidare quel genere di abitudine ed automatismo ed efficienza che vorrei. Come quando mi muovo in un foglio Excel, ed i colleghi meno scafati mi fissano come fossi lo stregone Gandalf: ma come fai?, ma dove hai imparato?, eccetera.

L’abitudine, poi, aiuta anche a superare gli scalini: piccoli o grandi che siano. A volte paragono queste due situazioni:

  • Arrivo a casa dal lavoro, e, anziché spalmarmi sul divano, attrezzo la camera oscura e faccio qualche stampa RC.
  • Suona la sveglia alle 6:50, mi devo alzare-lavare-sbarbare, mi devo vestire, devo affrontare il traffico, devo entrare in ufficio.

Il primo scalino sembra decisamente più facile da salire del secondo, vero? Eppure non lo è per nulla. La tentazione di appoggiarsi sul divano ed allungarsi sul telecomando, è forte; ed una volta che il fatidico elettrodomestico viene acceso, “è fatta”: la camera oscura si allontana sempre più.

Al mattino, invece, io sono quel genere di persona che quando suona la sveglia, si alza subito e parte. Viene tutto automatico… e la routine consolidata, naturalmente, è un grosso aiuto in questo. Poi ci sono le mattine ti alzi storto, è normale; però è l’abitudine (data dal lavoro) a creare la prassi.

Non tutto il dovere viene per nuocere

E’ curioso come il “dovere” sia sempre visto con sospetto: “Devi comportarti così”, “devi fare questo”, “devi dire quello”… ma non è sempre detto che sia un male.

Se vogliamo, è un invito a mettere un pizzico di “dovere” anche nelle nostre passioni.

A comportarci in modo più professionale, anche se non siamo professionisti; e non mi riferisco (solo) ai risultati, ma proprio al modo di essere.

4 Responses to “Cosa invidio ai professionisti? Una sola cosa…”

  • Una soluzione potrebbe essere quella di imporsi delle scadenze fisse per i propri progetti personali. Ciò imporrebbe, dopo il lavoro, di andare a caccia di soggetti e scattare qualche foto, oppure di sviluppare le foto perché la scadenza è vicina… E’ vero che se sgarri non succede nulla, però imporsi una tempistica potrebbe aiutare a risolvere il famoso quesito dell’impiegato al rientro a casa: divano e relax, o hobby e fatica?

    • Anche io ho pensato per molto tempo che la scadenza (o l’obiettivo) potesse sempre agire da “molla”. Ma negli ultimi tempi sto abbandonando quest’idea.
      Come scrivi tu, infatti, “se sgarri non succede nulla”. Il problema sta proprio qui. La motivazione “per obiettivo” funziona bene solo se quest’ultimo ha un impatto sulla propria persona… Tipo la scadenza per un concorso.
      Un target che ci si impone da sé, mi lascia forti dubbi.
      E sono sempre più convinto che sia più importante l’abitudine dell’obiettivo.
      Un po’ come accade per la dieta: se non diventa un’abitudine alimentare, magari ti porta ad una riduzione di peso, ma non ti garantisce che tale riduzione proseguirà (o che il peso si manterrà così!).

  • Anche io sono sempre stato del parere che è importante avere un atteggiamento professionale, è un ottimo modo per crescere oltre che una forma di rispetto verso se stessi e gli altri.

    Bellissima riflessione 😉

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