Ennesima diatriba digitale-analogico

On 22/04/2013 by Nicola Focci

London Bridge, Settembre 2012

Ammiro molto Scott Bourne.

Non si contano i retweet che ho fatto ai suoi ottimi articoli sul blog Photofocus. Ad esempio “Seven Things Photographers Do To Ruin Their Photographs“, “How To Find The Courage To Be Creative“, “Personal Photo Projects Are Important“, e soprattutto il mio preferito: “How To Improve Your Photography Literally Overnight – Really“.

Su questo blog avevo già parlato di lui, concordando su determinate critiche alla Apple circa il mancato aggiornamento di Aperture; e gli scrissi anche personalmente, per chiedergli alcuni consigli: mi rispose quasi subito, in modo sintetico ma molto efficace.

Giorni fa però Bourne si è infilato nella antica diatriba “digitale contro analogico” con un post che rappresenta per me l’eccezione alla regola in quanto non mi trova affatto d’accordo:

Stop Romanticizing About The Good Old Film Days – They Weren’t That Good

Devo dire che il pretesto di questo post è anche condivisibile: lui si scaglia (almeno a quanto capisco) contro quei fotografi che usano la pellicola solo perché convinti che questo li renda migliori, li renda veri “artisti”, insomma confondono il mezzo con il fine.

Solo che poi Bourne – rivolgendosi ad un ipotetico “nativo digitale” tentato dalla pellicola – elenca una serie di argomentazioni abbastanza discutibili per dimostrare la superiorità del digitale… che spesso rappresentano un terreno minato perché si vede solo un lato della medaglia: quello che fa più comodo.

La Tri-X possiede (e qui inserire la colonna sonora de “Lo Squalo”) GRANA! L’assimileresti al rumore, e la odieresti. Ma te la ritroveresti a 400 ISO e non a 25600 come ora.

E chi ha detto che la grana della pellicola è assimilabile al rumore digitale? Per me ha caratteristiche nettamente diverse, è decisamente più gradevole e non certo un elemento “da odiare”!

L’essenza della Tri-X, poi, è quella… puntualmente replicata (anche nella grana) dai migliori plug in digitali.

Peraltro esistono anche le pellicole t-grain come la T-Max o la Delta a grana molto fine: bisogna dirla poi tutta.

Non c’era Photoshop. Niente HDR. Niente panorami ottenuti con lo stitching.

Mi verrebbe da citare il Grande Capo Estiqaatsi, ma mi limiterò a domandare dove stia il problema. Del resto, un secolo di maestri e splendide fotografie ci dimostra che si può fare tranquillamente a meno di Photoshop, stitching e HDR.

Quest’ultimo, peraltro, non differisce molto dal Sistema Zonale: lo scopo è identico, ovvero quello di creare una scala tonale più allargata.

Se qualcosa andava storto, eri nei guai. Le possibilità di ritocco erano molto limitate (…) In sostanza tutto doveva essere perfetto nella fotocamera.

A questo punto mi domando se Bourne abbia mai operato in camera oscura, perché i margini di intervento post-scatto ci sono, eccome se ci sono.

Comunque, “essere perfetti nella fotocamera” non mi sembra poi così sbagliato: significa fare le cose bene sin dall’inizio. Che è poi il senso del primo suo articolo citato all’inizo di questo post.

La pellicola era costosa, e ancora più costoso era lavorarla

Indubbiamente. Ma non è che la tecnologia digitale sia regalata.

Per una DSLR, un PC, un dispositivo di calibrazione, e una stampante professionale, si spendono importi a 4 cifre… ed è attrezzatura che, peraltro, diventa obsoleta in fretta. Bisogna poi dirla tutta (e due!).

I prodotti chimici usati nel processo erano così pericolosi, che l’EPA li ha regolamentati.

Tutti i prodotti chimici vanno utilizzati con le giuste precauzioni. E’ chiaro che se il fissaggio lo bevi anziché impiegarlo per ciò che serve, molto bene non fa; ma questo vale anche per il detersivo dei piatti.

La storia della fotografia è piena di stampatori accaniti che sono passati a miglior vita non certo per colpa della camera oscura: ad esempio Ansel Adams (morto per attacco cardiaco a 82 anni).

I metalli pesanti impiegati creano ancora danni al nostro ecosistema

I metalli pesanti sono presenti anche nelle apparecchiature elettroniche, i cui rifiuti rappresentano un problema tutt’altro che trascurabile. Non è che la tecnologia digitale si faccia con le margheritine. Bisogna dirla poi tutta (e tre!).

 

Insomma:

  • Capisco l’intento di Bourne, ossia quello di far riflettere coloro che passano alla pellicola pensando che ciò faccia di loro dei fotografi migliori (li renda “artisti” per il solo fatto di usare un processo chimico e manuale).

MA:

  • Poteva limitarsi a espandere questo concetto (che è corretto) senza tirare in ballo confronti discutibili e incompleti;
  • Ragiona con l’ottica del professionista che lavora per una committenza, ed è ovvio che in quell’ambito non c’è lotta: la pellicola finirebbe per svantaggiare chi la usa, è come fare l’agente di commercio usando il cavallo anziché l’automobile! Ma esistono anche tantissimi fotografi come me, che non scattano per lavoro, ma per esprimere e comunicare… quindi, ad esigenze diverse possono benissimo corrispondere strumenti diversi. Gli assiomi universali, in fotografia, non hanno senso.

Sia chiaro: io sono un grande fruitore di “roba digitale”. Ne ho pure parlato di recente in un lungo post. Ma per la fotografia ho scelto la pellicola; e argomentazioni come quelle di Bourne difficilmente mi faranno desistere.

Tanto più che lui stesso le definisce “tesi secondarie”, in questo scambio di tweet che abbiamo poi avuto:

 

4 Responses to “Ennesima diatriba digitale-analogico”

  • La pellicola non fa di me un artista (non essendolo neppure in digitale). Uso abitualmente il digitale e da poco ho ripreso il bianco/nero “fatto in casa”. Non l’ho ripreso per diventare artista, ne’ per fare foto migliori (il budget mi limita al 35mm e i risultati che tiro fuori sono assai peggiori del poco di buono che riesco a fare col digitale).
    Ma la magia di aprire la tank e tirare fuori “le foto”, non ha pari (altro che infilare una sd nel pc).
    E’ divertente ed emozionante, e questo mi basta.

    • Credo che “divertimento” ed “emozione” siano aspetti molto importanti! Quindi concordo con te: sono più che sufficienti per mettere mano a una tecnologia che in tanti danno già per morta e sepolta.
      Da lì, poi, spesso si passa ad un’adeguatezza rispetto a ciò che si vuole comunicare. Per me, in effetti, è proprio un discorso di questo tipo: l’analogico è “più adeguato” del digitale, per quelle che sono le mie finalità.
      Ecco: del fine non si parla quasi mai… mentre si finisce spesso per tirare in ballo i numeri, le prestazioni, la nostalgia canaglia, e chissà cos’altro! 😉

      • La mia passione è fotografare luoghi abbandonati. Da oltre cinque anni non fotografo altro. E proprio in uno di questi mi è capitato di ritrovare, in terra, sotto alla polvere, una vecchia busta di fotografie. Credo risalisse agli anni ’80 ed erano foto di una festa di alcuni pazienti ricoverati nell’ospedale psichiatrico che stavo visitando. I negativi erano sudici e graffiati, ma erano ancora li, leggibili e testimoni di un frammento di passato di cui a nessuno importerebbe nulla. Foto brutte, tecnicamente, fatte con una compatta dell’epoca e un flash a cubo (probabilmente). Ma erano ancora li. Se avessi trovato un hard disk, 30 anni dopo, non credo che sarebbe stato altro che un pezzo di alluminio inerte. E’ stato quel giorno che ho deciso di ricominciare con la pellicola. Non c’entra nulla l’arte, per me. E’, forse, più questione di tempo, memoria e fisicità.
        Pietro
        (p.s. complimenti per il blog: è interessantissimo !)

        • Molto interessante, il discorso sulla fisicità! Hai toccato un punto davvero importante… che mi fa pensare al libro che ho appena finito di leggere: “L’uomo artigiano” di R. Sennett. Davvero interessante: ho sottolineato tanti passaggi…
          Grazie dei complimenti! 😉

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