Storia di uno sviluppo

On 11/09/2014 by Nicola Focci

Appoggio tutto sul tavolo della mia Batcaverna oscura: la pellicola 120 da sviluppare, e la tank disassemblata.

Metto i guanti di cotone. Spengo la luce.

Controllo di non avere al polso l’orologio con le lancette fluorescenti: ci casco sempre!

Srotolo la pellicola, sino a che non arrivo a staccare la carta. Poi appoggio la pellicola sul piano, e delicatamente, con l’unghia, stacco il nastro adesivo.

Prendo la spirale, l’appoggio con la mano sinistra al petto “sentendo” i dentini di invito verso l’altro. Con la destra prendo la pellicola. La inserisco nei dentini sinché non si ferma, in corrispondenza delle sferette. Per me è sempre il momento più critico, quello in cui la 120 deve superare le sferette! Tiro delicatamente, e passa senza particolari resistenze: è una Delta, più sottile della HP5.

A tentoni recupero l’asse della spirale, e la infilo. Poi la inserisco nella tank, richiudo con l’imbuto, e metto anche il tappo. Tolgo i guanti, accendo la luce: questa è andata.

Vedo con orrore il mio telefono cellulare appoggiato sul piano dove ho appena operato. Se arrivava una chiamata o un messaggio, si sarebbe illuminato a giorno. Bravo pirla!, sono stato fortunato.

Promemoria per le prossime volte: controllare l’assenza dell’orologio da polso, e del cellulare!

Infilo il camice, e i guanti da lavapiatti.

Predispongo i contenitori graduati: una caraffa per lo sviluppo, un cilindro per il fissaggio, un altra caraffa per per l’arresto.

Prima non lo usavo, l’arresto… ma da qualche mese ho iniziato, specie per non inquinare il fissaggio e utilizzare quest’ultimo più volte. L’acido acetico puzza un po’,  ma quasi non ci faccio caso: sarà perché in laboratorio, all’università, ho odorato ben di peggio!

Acetic_acid_chemical_structure

Struttura chimica: acido acetico

Vediamo un po’ di che colore è oggi il Rodinal: uhm, marroncino tendente al Coca-Cola! Lo misuro con un altro cilindro più piccolo, e riempio la caraffa.

Il fissaggio RapidFixer è nuovo, da aprire: maledetta Ilford!, possibile che sia così difficile stappare un flacone nuovo dei tuoi prodotti??, la linguetta non ha appigli e devo sempre operare con un cutter manco fossi un chirurgo.

Dopo svariate esclamazioni al limite dell’ortodossia, ci riesco.

A versare l’acido acetico, procedo con molta cautela: se già non portassi gli occhiali di mio, li metterei di sicuro.

Prendo il termometro: è digitale, da cucina, acquistato per meno di dieci euro dai cinesi e funziona benissimo (maledetti cinesi!).

Misuro lo sviluppo: 22 gradi, siamo ancora nei limiti. Sopra 25 si rischia di danneggiare l’emulsione: avrei dovuto fare un bagnomaria con ghiaccio.

Consulto la tabella tempo/temperatura che ho sempre sotto mano: a 22°C, sono 7 minuti e mezzo.

Scrivo il valore nella mia “Scheda sviluppo pellicola” di questo rullino, appuntata alla lavagna di sughero.

La lavagna di sughero è una manna, in camera oscura!

Siamo pronti. Si parte.

Verso nella tank lo sviluppo, e faccio partire il mio cronometro.

Non uso un timer: e se la temperatura cambia, e il tempo va adeguato? No, molto meglio un cronometro semplice.

Comincio l’agitazione della tank. Io seguo il “bugiardino” del Rodinal/R09: la faccio continua per 60″, e poi una ogni 30″.

Tenendo la tank con due mani, la ribalto una volta, e poi la ruoto di un quarto di giro quando la riporto in posizione. E la batto leggermente sul piano del tavolo, per evitare che le bollicine rimangano sulla superficie della pellicola.

Nel frattempo suona il famoso cellulare: è il mio amico Gigi.

Mi spiace, Gigi, ma sto sviluppando: non risponderei nemmeno se mi chiamasse Obama!

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Allo scoccare del quarto minuto, apro il tappo della tank e infilo nuovamente dentro il termometro “giallo”: ancora 22°C, la temperatura non è cambiata. 

E’ importante, controllare la temperatura a metà sviluppo: può discostarsi da quella iniziale anche sensibilmente… e il tempo va assolutamente adeguato.

In questo caso sono fortunato, e del resto anche la temperatura esterna è circa 22 gradi. Quindi, bene così. Segno questo valore “intermedio” sul modulo: la mia memoria storica, che conservo insieme ai negativi.

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Dieci secondi prima dei sette minuti e mezzo, vuoto lo sviluppo. E vai con l’arresto.

Qui agito per 30″ solo, e poi via pure quello. Dentro il fissaggio, sempre versando con calma e senza fretta.

Agito la tank come per lo sviluppo, ma mi fermo a 5 minuti.

Intanto preparo i primi 500cc di acqua in una caraffa pulita.

Per lavare la pellicola, io uso il “metodo Ilford” corretto prudenzialmente: 5+10+20+20. Carico la tank, ribalto 5 volte, svuoto; la carico di nuovo, ribalto 10, svuoto; la carico ancora, ribalto 20, svuoto; ripeto quest’ultima fase.

A metà della seconda serie di ribaltamenti, Gigi richiama di nuovo: e che ci sarà di tanto urgente?, mi spiace ma ancora non posso rispondere. Manca poi poco. Certo però che era meglio inserire la segreteria…

Promemoria: cellulare fuori dalla camera oscura, e con la modalità “aereo” attivata!

Vuoto l’ultima carica da 20 ribaltamenti,  svito l’imbuto, e appoggio la spirale sul tavolo usando il tappo della tank come “sottobicchiere”.

Ecco i fotogrammi!, adesso posso vederli! E’ sempre un momento emozionante…

Riempio la tank vuota con altri 500cc di acqua, e lascio cadere 30 gocce di imbibente l’Ilfotol.

Inizialmente, facevo l’ultimo risciacquo in acqua demineralizzata. Ma l’imbibente funziona molto meglio, ed agevola anche l’asciugatura. Costa un po’, ma se ne usa pochissimo e dura una vita.

Agito ondeggiando la tank e senza mescolare, per non fare schiuma. Poi vi immergo la spirale.

Le faccio fare un giro in senso orario ed uno in senso antirario, togliendola e rimettendola, il tutto ripetuto con calma – sempre per non fare schiuma.

Dopo un minuto circa, la tolgo e la scrollo “stile benedizione urbi et orbi nel lavello.

Col dito, sollevo leggermente il lembo libero del negativo dalla spirale, e lo infilo nella pinza dentata che è attaccata allo stenditoio da parete della mia camera oscura. Spingo, in modo che i dentini blocchino il negativo.

La pinza è saldamente legata allo stenditoio con fascette in plastica.

Un tempo la pinza superiore era solo agganciata; ma una volta s’è staccata, e la pellicola è finita in terra raccattando (bagnata!!) tutto il possibile. Da allora, fascette! 😀

Srotolo con molta attenzione il negativo, facendo girare la spirale, e procedendo con particolare cautela in corrispondenza dei dentini di invito, dove il negativo si piega un po’ ai lati.

Prima ancora che sia srotolato del tutto, ne prendo il lembo libero (e bianco) con le dita. Anche qui, si impara dagli errori:

Da bagnato, il negativo è una ventosa che s’attacca a tutto!

… e una volta si staccò bruscamente dalla spirale, appiccicandosi alla parete. Quindi, lo afferro prima che lasci la spirale.

Ancora tenendolo con le dita, fisso l’altra pinza, quella col peso.

Resisto alla solita tentazione che mi coglie tutte le sante volte, ossia quella di fermarmi a guardare il negativo per “vedere com’è venuto”. Tanto, sarà la stampa a dirlo!

Muovendomi con calma per non sollevare polvere, mi tolgo i guanti ed esco dalla camera oscura.

Sono passati circa 40′ da quando ho iniziato.

Richiamo Gigi. Guardo la TV. “Faccio cose” per almeno un paio d’ore, vincendo la tentazione di andare a guardare.

Poi torno nella Batcaverna e controllo lo stato del negativo, toccando rigorosamente le code bianche per verificare che non sia ancora umido.

Togliersi dalla testa l’insana idea di affrettare le cose usando il phon: solleva polvere e pelucchi!

Fortunatamente, il negativo è asciutto.

Rimetto i guanti in cotone. Prendo le forbici, e lo “taglio via” dallo stenditoio.

Alla scrivania, lo srotolo e lo controllo.

Verifico la superficie, che grazie all’imbibente è quasi sempre pulita.

Impreco perché al fotogramma 5 vedo una composizione che poteva essere più accurata! Il numero 4 invece non sembra male, ma bisogna poi vedere in stampa. E il 10?, quella foto me la ricordo bene e pare sia venuta come speravo…

Taglio a strisce di 3.

Le infilo nel foglio di pergamino, e in cima scrivo il codice del progetto e il soggetto.

Ho finito.

Mi sento un’ostetrica felice! 😀

3 Responses to “Storia di uno sviluppo”

  • Ottimo Nicola, emozionante seguirti nella tua batcaverna. Abbiamo modi simili di lavorare: anche io uso arresto e imbibente, e anche io maledico orologio e cellulare 🙂
    Per il timer ne ho trovato uno fantastico che quando arriva alla fine e non lo fermi continua, così se devi allungare il tempo sai di quanto.

    Ora attendo il seguito di questo post: la stampa!

    PSS: Sto meditando un mio futuro post su una mia esperienza di camera oscura intrigante sicuramente per te, non perdertelo.

    • Resterò sintonizzatissimo sul tuo blog, Domenico!
      Che figata ‘sto timer che “continua”… dove l’hai trovato? 😉

  • Ho preso il Triple Timer Paterson, è un timer a 3 timer separati che però continuano dopo il beep finale. E’ un buon prodotto ma come tutte le cose Paterson non proprio a buon mercato

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