Quando si tratta di arte e fotografia, è tutto lecito?

On 06/02/2018 by Nicola Focci

Mario Giacomelli è un gigante.

E basterebbe raccontare di Scanno, per capirlo.

La città abruzzese è una sorta di “ombelico del mondo” fotografico in cui prima o poi vorrei andare, perché fu inquadrata nel mirino di grandissimi maestri. Tra gli altri: Henri Cartier-Bresson, Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna, e appunto Giacomelli.

Quest’ultimo vi si recò nel 1957, alcuni anni dopo HCB – che vi era rimasto per un mese intero. Giacomelli si trattenne appena pochi giorni… sufficienti per scattare immagini magnifiche, come il “bambino di Scanno”, selezionata dal MoMA per la prestigiosa mostra “The photographer’s eye” del 1964.

"Scanno boy"

“Scanno boy”

L’episodio dimostra che non bisogna mai scartare a priori un luogo già fotografato “perché tanto non c’è più nulla da dire”: ognuno ha la propria visione personale, e quindi la possiblità di aggiungere qualcosa di “non ancora detto”.

Ma come al solito sto divagando!, quindi veniamo al punto:

L’ospizio

Giacomelli è altresì famoso per il suo progetto “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”, realizzato negli anni ’60 presso l’ospizio dove lavorava la madre, e il cui titolo è tratto da una poesia di Cesare Pavese.

Sono immagini crude, nel suo tipico stile tormentato e contrastato, ricche di inquietudine.

(da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”)

(Invito a seguire il link più sopra riportato, oppure questo articolo da “Doppiozero” – per visionare tutte le immagini)

Oggi, sicuramente, Giacomelli verrebbe fermato dalle norme sulla privacy prima ancora di premere il pulsante di scatto! Ma allora, si sa, la situazione era diversa; il fotografo era d’accordo con i responsabili della struttura, e all’ospizio si poté quindi recare diverse volte.

Però… però a un certo punto dovette smettere!, e non certo per sua scelta.

Lo racconta lui stesso nel (bellissimo e consigliatissimo) libro “Mario Giacomelli: la mia vita intera” scritto a cura della nipote Simona Guerra:

Una Domenica mattina si presenta un uomo e mi dice: “Come ti permetti di fotografarla?” o una frase simile… “Io l’ho sempre fotografata, perché? E’ tua madre? Se vuoi ti do le immagini” (…) “Adesso vado in pretura e ti denuncio!”. (…) Non ho saputo se ci sono andati realmente o no; non m’hanno chiamato e io non sono più andato.

Il fine artistico

Nello stesso libro, Giacomelli spiega anche il perché di quel progetto:

Nell’ospizio sono io che invecchio, non le persone che ho fotografato. Loro sono solo un pretesto, la sicurezza che il mio pensiero non vaghi inutilmente, non giri senza sapere dove fermarsi, anche se in realtà si ferma sempre nella paura di quello che può accadere.

Non bisogna dubitare nemmeno per un secondo della sua sincerità: l’intento era sicuramente quello di considerare l’ospizio come una sorta di specchio… di fronte al quale compiere un’analisi interiore.

Giacomelli applicherà questo criterio anche nei confronti di se stesso, dimostrando – ma non ce n’era bisogno – la sua onestà. Infatti, una delle sule ultime fotografie è un autoritratto molto simile a quelle foto dell’ospizio: fu scattato mentre l’artista si trovava in ospedale, stremato dalla malattia che lo porterà alla morte nel 2000 a 75 anni. Su questa foto, peraltro, c’è una scritta a penna che mi emoziona e mi commuove ogni volta che la leggo: “Questa storia la vorrei raccontare”. Ecco: Giacomelli raccontava se stesso… a prescindere dal soggetto che gli stava di fronte.

La domanda

Questo lungo preambolo è necessario ad introdurre “LA” domanda (ma non è certo la prima volta che la pongo a me stesso):

E’ sempre tutto lecito, quando si tratta di arte e fotografia?

Anche la poca considerazione per la privacy del soggetto fotografato?

Tornando all’episodio dell’ospizio, l’indignazione di quel parente è perfettamente comprensibile. Quelle di Giacomelli non sono esattamente le istantanee che vorresti avere nell’album di ricordi della nonna! E dubito che gli anziani ritratti fossero pienamente consapevoli e consenzienti dell’agire del fotografo, dell’uso che avrebbe fatto di quelle immagini, e della diffusione che avrebbero conosciuto.

Lo confesso: io, personalmente, non avrei avuto “il pelo sullo stomaco” per fare quelle fotografie. Mi sarei sentito fortemente in colpa nei riguardi dei soggetti ritratti.

Tanto per dire: mi trovo ultimamente a scattare in un cimitero monumentale; ma mi astengo dal farlo, se sono in presenza di persone che accudiscono una tomba o pregano. Benché le mie intenzioni siano assolutamente lecite, preferisco allontanarmi… e tornare quando so di non recare alcun fastidio. In questo senso, posseggo una personalissima etica.

L’etica

Ecco, l’etica. Ferdinando Scianna scrive (nel suo “Etica e fotogiornalismo”) che:

Non credo che l’etica sia naturale. Credo, al contrario, che tutto quello che ha che fare con la sfera della coscienza dell’uomo, e specialmente l’etica, sia molto culturale, frutto di lunghi e complessi processi storici, sociali, psicologici, tecnologici e persino biologici che si concretizzano in quelle regole condivise che noi codifichiamo in leggi, in regole di vita, in tabù persino…

Ciascuno ha quindi un “suo” concetto di etica, che non è necessariamente migliore o peggiore di quello degli altri? (Si parla di fotografia, eh!, non di violare le leggi o commettere crimini). Forse sì. Come dice Atticus Finch ne “Il buio oltre la siepe”: “la coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza”.

Una considerazione soggettiva

Quanto a me, e come scrive Scianna, la mia etica è indubbiamente influenzata dal mio essere cattolico… e dal concetto del “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.
Un approccio che sento essere profondamente cablato nel mio DNA.

Ma non pretendo certo di essere migliore di altri!

Anzi, sono consapevole che questa etica mi porrà dei limiti fotografici – adesso e in futuro.

Ed è una fortuna che taluni grandi maestri non la pensassero come me… perché altrimenti non avremmo avuto i loro capolavori. Come quello già citato di Giacomelli.  Oppure il reportage “Morire di classe” di Berengo Gardin e Cerati sulla condizione manicomiale, che provocò un vero elettroshock sulla società, e fu un binario verso la legge Basaglia e la chiusura di quegli istituti.


In definitiva, io non ho risposte oggettive a “LA” domanda che facevo più sopra; ma ho solamente quella mia e personalissima: no, il fine (l’arte) non giustifica sempre i mezzi.

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