Arte concettuale e fotografia

On 16/05/2014 by Nicola Focci
Damien Hirst, "A Thousand Years", 1990

Damien Hirst, “A Thousand Years”, 1990

E’ sicuramente difficile definire “arte” un’opera come quella qui sopra. Eppure, “A Thousand Years” di Damien Hirst lo è – almeno secondo gli storici dell’arte moderna. Per Francesco Bonami (autore tra l’altro di libri gradevolissimi) “mettere in dubbio Hirst come artista significa azzerare la storia dell’arte degli ultimi cento anni”.

La sensazione di disagio di fronte a quest’opera, però, aumenta se la si spiega.

La metà di destra contiene in inquietante dado gigante che segna solo “1”, ma questo è niente. Il “bello” avviene nella metà di sinistra. Larve di mosche vengono introdotte; si cibano della testa di animale; diventano insetti volanti; finiscono nella lampada UV fulminante appesa sopra la testa; cadono morte sulla testa, dove diventano cibo per altre larve. Non si tratta di una finzione: la testa di animale è vera (si capirà come mai Hirst non sia un beniamino degli animalisti!).

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Raccapricciante, vero?

Questo è un esempio forse un po’ estremo di arte concettuale. Così chiamata perché rende maggiore merito all’idea (il concetto appunto) che non alla realizzazioneDamien Hirst, qui, voleva fare riferimento alla ciclo della vita ed alla sua crudeltà… insieme alla presenza/assenza di un Dio menefreghista (la trappola UV.)

Posso immaginare che, per realizzare “A thousand years”, Hirts si sia avvalso di manodopera più o meno specializzata: a conferma di quanto detto sopra in merito al superamento del mezzo, i maggiori artisti concettuali sono più assimilabili a progettisti che non ad artigiani.

Esistono altri esempi molto meno cruenti di arte concettuale, a partire dall’orinatoio “Fountain” di Marcel Duchamp (con cui tutto cominciò) per non parlare delle famose opere di Andy Wahrol. Ma nella storia degli ultimi decenni vi sono anche situazioni di “Performance Art” in cui l’artista stesso è parte dell’opera, come questa “installazione” del 1965 di Yoko Ono dove il pubblico viene invitato a ridurre a brandelli il suo vestito:

Detta così, anche questa sembra una banalità o una presa in giro. Ma se guardate il video, vi accorgerete che c’è una considerevole dose di crudeltà: il pubblico ci prende quasi gusto, ad usare violenza (per poca che sia) sull’artista.

Sì vabbé, ma… che c’entra la fotografia in tutto questo?

C’entra, perché – secondo me – la fotografia è molto affine all’arte concettuale. Nel senso che richiede il superamento di un mezzo (la fotocamera, la post-produzione) a favore di un’idea. 

In fotografia, così come nell’arte concettuale, il risultato è buono solo se l’idea è buona.

In fotografia, il mezzo utilizzato è una condizione necessaria ma non sufficiente. Tanto più che le moderne fotocamere digitali (e i software di post-produzione) lo hanno “massificato”, rendendolo alla portata di tutti, con automatismi in grado di risolvere molti problemi tecnici.

Ecco quindi che, senza idee di supporto, le nostre fotografie diventano sterili esercizi tecnici.

Analogamente, non è scattando in manuale o a priorità di diaframma (o usando lenti costose) che si produce necessariamente arte.

Ma cosa significa “idea buona”?

Senza bisogno di essere abissali come il grande Minor White, è sufficiente – almeno per me – che le fotografie non solo catturino per le loro qualità estetiche, ma inneschino anche un minimo di “stupore”.

Le nostre fotografie devono “dare curiosità” agli occhi dell’osservatore. Devono far sì che egli, di fronte ad esse, sia un po’ come un bambino che osserva un oggetto per lui nuovo

Solo così, secondo me, possono durare nel tempo e farsi ricordare.

Certo, non è facile. Il mezzo, la macchina, è rassicurante. Ma, come ebbe a dire un manager della IBM: “Le macchine possono anche darci più tempo per pensare, ma non potranno mai farlo per noi”.

Cimitero monumentale Certosa, Bologna, 2012

Cimitero monumentale Certosa, Bologna, 2012

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