Lo fareste anche se foste rimasti soli su questo pianeta?

On 22/01/2015 by Nicola Focci

 

Mr. Banks: “Un momento. Mary Poppins, cosa significa questa scena oltraggiosa?”
Mary Poppins: “Come ha detto, prego?”
Mr. Banks: “Vuole avere la cortesia di spiegarmi tutto questo?”
Mary Poppins: “Prima di tutto vorrei mettere bene in chiaro una cosa.”
Mr. Banks: “Sì?”
Mary Poppins: “Io non spiego mai niente.”

 

Di recente ho visto un film molto gradevole, “Saving Mr. Banks”:

Questa pellicola racconta la complicata gestazione di quel capolavoro che fu “Mary Poppins”, dovuta ai contrasti tra l’innovativo produttore Walt Disney (interpretato dal solito e meraviglioso Tom Hanks) e la rigida autrice Pamela Lyndon Travers (impersonata dalla solita e meravigliosa Emma Thompson).

Verso la fine della pellicola, viene rivelato un aspetto per me estremamente interessante: “Mary Poppins” ha un contenuto profondamente personale ed autobiografico.

Mary Poppins e Banks sono la mia famiglia!

La formidabile Tata agisce come strumento di redenzione non già dei bambini, ma del loro padre, Mr. Banks… che viene appunto salvato (saving), e che la Travers ispirò al proprio genitore, affettuoso ma anche divorato dalla spinta autodistruttiva dell’alcool.

Numerosi flashback del film illustrano, in modo molto efficace, la travagliata storia familiare dell’autrice. Quando il padre muore consumato dalla cirrosi, arriva provvidenziale la cara zia a salvare la famiglia: una buffa donna che ha i piedi a papera, e tiene un sacco di roba nella sua borsa che sembra non avere mai fondo.

Pamela Travers ha creato una realtà fittizia dove la zia riparava quell’infanzia triste, salvando il padre.

Tutto avrei pensato, fuorché a “Mary Poppins” come ad un lavoro ispirato dal una storia personale così intensa!

Elementare, Watson

Ma se ci pensate, si tratta di un fatto alquanto frequente.

Tutti i grandi capolavori (perché sarebbe snob relegare “Mary Poppins” a un’opera di bassa categoria) sono pervasi da un profondo spirito autobiografico. Per dire: di recente ho acquistato una raccolta di racconti di Sherlock Holmes; e nell’introduzione si afferma che – tanto per cambiare – il dottor Watson altro non è se non l’alter ego dell’autore: la sua curiosità, la preparazione medica (Arthur Conan Doyle era medico), la sua ammirazione verso le persone geniali e scientifiche come Holmes.

La fotografia, ovviamente, non fa eccezione. I grandi maestri non hanno scattato solo perché mossi da denaro ed onore. L’hanno invece fatto “In risposta a necessità o richieste di natura personale”, come spiegava Stephen Shore al giovane artista.

Henri Cartier-Bresson, ad esempio, era già ricco di suo; e la stessa Diane Arbus proveniva da una famiglia molto facoltosa. Non avrebbero fatto quello che hanno fatto (e rischiato quello che hanno rischiato) se non fossero stati spinti dall’ossessione personale di ritagliare la propria visione in quel piccolo quadrato fotosensibile.

Robert Capa ci ha lasciato le penne quando era già famoso e corteggiato, Francesca Woodman sapeva che lo sarebbe diventata ma finì per autodistruggersi lo stesso, Mitch Epstein poteva evitare di portarsi il banco ottico tra i divani di famiglia, Mario Giacomelli aveva la sua tipografia ben avviata…

Non credo che esista, nella storia della fotografia, un solo maestro che abbia lasciato il segno essendo spinto solo dalla fama, dal denaro, da un atteggiamento furbesco. Nel loro lavoro tutti ci hanno sempre messo un bella fetta di culo (e scusate il francese parigino).

the-secret-life-of-walter-mitty

“I sogni segreti di Walter Mitty”: Sean Penn non fotografa il leopardo delle nevi…

Abitudine resa naturale

Al dilà di questo, esiste anche un altro motivo per il quale i progetti personali sono così importanti: contribuiscono a creare l’abitudine.

Io ho un vecchio amico di scorribande fotografiche col quale mi confronto quasi giornalmente. Anche se ci vediamo poco spesso, abbiamo un bel carteggio elettronico. L’uno è una fonte inesauribile di riflessioni per l’altro: sui nostri progetti in comune e quelli separati, sul nostro lavoro, sulla religione, la vita… insomma, è un carteggio molto importante, ma che soprattutto riusciamo a tenere in piedi con grande efficacia e continuità. Se ci dessero un euro per tutte le volte che abbiamo affrontato un argomento serio in modo esaustivo, saremmo ricchi!

Il motivo per cui siamo “così efficaci a scriverci”, è proprio perché non lo facciamo per interesse, ma è una cosa che viene dal cuore, personale.

Quando fai qualcosa di personale – che ti tocca dentro e al quale tieni come a te stesso – il tempo non esiste più e le fatiche nemmeno. Tutto diventa più facile… o, se vogliamo, viene da sé.

Un test

Ecco un test che ho trovato in un bel libro letto di recente, “The War of Art” di Steven Pressfield.

Ha lo scopo di verificare se il nostro progetto è davvero guidato da motivi personali; è sicuramente estremo, ma interessante:

A prescindere dall’attività che compi, domandati questo: “se io fossi l’ultima persona sulla terra, continuerei a farlo?”.

Se tu fossi solo sul pianeta, il tuo orientamento di carattere gerarchico non avrebbe senso, perché non ci sarebbe più nessuno da impressionare. (…) Se Arnold Schwarzenegger fosse l’ultimo uomo sul pianeta, andrebbe ancora in palestra. Stevie Wonder suonerebbe ancora il piano[*]. Il loro sostentamento verrebbe dall’atto in sé, non dall’effetto che esso potrebbe avere sugli altri.

(* e Pamela Lyndon Travers avrebbe comunque scritto “Mary Poppins”, aggiungo io).

Che ne pensate?

Lo fareste ancora, se voi foste l’ultimo essere umano rimasto sulla terra? Fotografereste quello che fotografate con la stessa intensità, dedichereste lo stesso tempo alla preparazione ed esecuzione dei vostri progetti?

E’ un test estremo, lo abbiamo detto. Non sottintende una morale del tipo “l’ambizione è dannosa”, perché sappiamo che in piccola parte è comunque necessaria. Non invita a tenersi le foto solo per sé, perché sarebbe castrante: l’arte è condivisione, e senza condivisione non c’è nulla – come giustamente scrive Michele Smargiassi.

E’ solo un test.

Però mi ha fatto molto riflettere…Molto.

Lascia un commento